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Eccoci con un altro reportage, stavolta da Dublino nei 4 giorni a cavallo di Capodanno. Sicuramente c’è chi tra noi potrebbe saperne molto di più sulla città e sull’Irlanda in generale, ma aspettavo da anni di toccare il suolo di una terra che amo e ora posso dire, dopo l’avventuroso volo di ritorno, di aver amato visceralmente anche il suolo di Ciampino appena toccato di nuovo il suolo natio. Piccola e consueta premessa sulle compagnie aeree: all’andata (volo da Fiumicino a Dublino) abbiamo capito che anche la Aer Lingus non vi passa neanche un bicchiere d’acqua gratis, tocca pagare tutto o fare come le ragazze davanti a noi, che si sono portate una scorta di mandarini da casa. Per non parlare della Ryan Air, dei veri terroristi per quanto riguarda dimensioni e peso dei bagagli, ci mancava solo che girassero per la fila dell’imbarco ad impedire i precipitosi travasi che la gente stava facendo tra trolley, borse, zaini e buste. Nell’inventarsi le matte, infatti gli italiani sono i primi al mondo e ho notato un certo dispiacere tra hostess e steward nel venire beffati ai severi controlli che imponevano.
Torniamo a Dublino, città piccolina che si gira facilmente a piedi, ma voglio ricordarlo: esistono anche i mezzi e nell’unica volta che prendiamo il bus a 2 piani, esibiamo il Dublin Pass all’autista pur consapevoli che non serve a niente… lui dondola la testa e poi furtivamente ci fa segno di passare senza pagare il biglietto, 6 persone hanno viaggiato gratis dalla stazione di Heuston al Trinity College… missione ruccutona compiuta. La simpatia per i turisti e per gli italiani in particolare è evidente, ma ho notato comunque parecchie coppie multi-razziali in giro per la città ed un clima assolutamente tranquillo nei confronti degli stranieri, anche nello stato di ubriachezza più grave. Il Dublin Pass, se volete visitare i siti più interessanti di Dublino, conviene… fidatevi. Vale 55 euro per 2 giorni, ed avremmo speso più di quella cifra in poche ore, pagando la quota d’ingresso al Dublin Castle, Dublinia, Christ Church e St. Patrick, che con il Pass invece è gratuito. Innanzitutto il Dublin Castle vale la pena per la guida che parla italiano con un forte accento britannico e protagonista di uno dei miei fulminei innamoramenti: mi piazzo davanti al gruppo di una 50ina di italiani e le incollo gli occhi addosso, tranne quando dice “battiglia” al posto di “battaglia” e mi giro intorno con un’espressione che significa “chi si azzarda a correggerla gli spacco la faccia”. Nessuno fortunatamente lo fa, ed ascoltano la lezione di storia d’Irlanda spiegata come ad una classe elementare. Io già so tutto, ma starei ore a sentirla parlare, finché nella seconda stanza mi fa segno che la dichiarazione d’indipendenza di cui sta parlando è proprio quella appesa sulla parete opposta tra le due bandiere ed un brivido mi corre lungo la schiena per l’emozione. Poi colgo il suo tono sarcastico quando dice che in occasione della sua ultima visita, la regina elisabetta portava un vestito con centinaia di trifogli disegnati, che loro irlandesi lo hanno apprezzato e che il centro di Dublino è stato bloccato per fourse (quanto la amo!) 4 giorni; poi apprezza il fatto che il gruppo italiano capisca in anticipo la battuta su Bram Stoker, che ha lavorato all’ufficio delle tasse del castello prima di scrivere Dracula… ci mettiamo a ridere già prima che chiudesse la battuta e lei strizza gli occhi con un’espressione birichina. Ma è già finita la visita e quando la guida dice “C’è qualche domanda?” vorrei chiederle cosa ha da fare quando finisce il turno, ma è richiesta una faccia tosta che a quell’ora del mattino e con poco alcool in corpo, purtroppo mi manca. Col cuore a pezzi mi trascino verso la maestosa Christ Church Cathedral ed annesso palazzo di Dublinia, con esposizione vichinga ben riprodotta. Da un vicolo di Temple Bar sale un clamore di urla femminili, simile a quello dei concerti dei Beatles… o come dice un mio amico “dev’essere l’uscita del Big Brother irlandese”, ma molto più probabilmente è quel bucodiculo di Bono Vox in giro per il centro, l’ultimo giorno dell’anno. Piccolo spuntino nel pub davanti alla cattedrale: da notare che di piatti tipici non ce ne sono, al limite uno stufato irlandese, ma vengono promossi sandwich e patatine a partire da 13 euro in su. In effetti sul cibo sono un po’ cari, sul bere abbiamo adottato la dieta a base di Guinness, Jameson e Irish Coffee. Una ragazza della mia comitiva fa l’estetista e dice che il luppolo è curativo (non si sa bene di cosa)… God Bless Her, so solo che saremmo andati in bagno infinite volte ed in ogni luogo/situazione. Nei bagni dei pub spesso c’è il distributore di preservativi, ma altrettanto spesso frega i soldi; inoltre la macchinetta per asciugare le mani è una figata assoluta. Così come il segnale per il passaggio pedonale ai semafori: dopo una giornata passata a capire da dove provengono le macchine, ti viene voglia di tornare indietro solo per far suonare quel segnale… tziù…tziù-tziù-tziù! In confronto a Roma, una cosa bella di Dublino è che le statue sono a grandezza naturale, non come quelle di eroi e divinità romane, alte 5 metri e con tutti i muscoli giganteschi tranne l’abbacchio che è minuscolo. Qui le proporzioni sono rispettate e la statua di Molly Malone rende bene l’idea di quanto avesse le tette grosse.
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Abbiamo detto che è inutile parlare di stew o di coodle a Dublino: ristoranti tipici ce ne sono, ma vanno trovati col lanternino. In ogni caso per quanto riguarda la digestione posso dire che cantare God Save The Queen sul cesso, con la mano sul fegato, funziona alla grande, soprattutto se si inizia la giornata sorseggiando un tè caldo e sbocconcellando toast con eggs&bacon. Il ritorno in stanza è fulmineo e la doccia prima di uscire (mancano i bidet, as usual) è doverosa. Stessa storia dei ristoranti tipici, per quanto riguarda i locali con musica dal vivo tradizionale… si, ce ne sono… nel weekend è pieno di locali con musica live, ma di pub veramente tipici, di quelli che nei villaggi dell’interno invece trovi ovunque, con due tizi che suonano violino e flauto, un camino e un tirassegno per le freccette… ce ne sono pochini. Noi ne abbiamo trovato uno grazie all’amica che abita lì, una ragazza terracinese che non avendo il giardino, ha messo i nani sul balcone di casa, guadagnandosi un’onorificenza ruccutona al merito. Tra le visite nei posti più gettonati, vale senz’altro la pena il Guinness Storehouse a St. James’s Gate, con veduta spettacolare su Dublino dalla torre con vetrata.
La notte di Capodanno l’abbiamo passata facendo crowling per le vie di Temple Bar, una specie di Golgota per le ragazze rigorosamente in minigonna ascellare e tacchi vertiginosi: è una caduta continua sui ciottoli gibbosi del quartiere e una di queste pischelle dopo essersi addobbata per terra, rimane praticamente nuda in ginocchio bestemmiando contro il suo cellulare, che probabilmente si è rotto a pochi minuti dalla mezzanotte. Il nuovo anno ci trova in un pub qualsiasi, in cui è impossibile muoversi, ma dopo il countdown parte la classica “Auld Lang Syne” tra baci e abbracci generali… il pensiero va proprio agli amici che non sono con noi, a quelli che non ci sono più ed a quelli sparsi per il mondo, conosciuti e ancora da conoscere. A stomaco vuoto dalle 15:30, riusciamo a trovare un Burger King aperto e dopo quasi 12 ore un panino al pollo assorbe parte dell’alcool tracannato nel frattempo. Ci si trascina verso l’ultimo pub prima dell’hotel, dove un dj improvvisato sta facendo un disastro sul mixer… l’ultima immagine quasi nitida è quella di una ragazza tanto bella quanto triste, che balla sola in un angolo con gli occhi chiusi sulle note di “Would I lie to you”… potrebbe essere anche una visione, visto lo stato comatoso che mi porta a desiderare il letto dell’hotel immediatamente, con o senza di lei.
Un piccolo passo indietro al giorno prima, quando volevo visitare l’Aviva Stadium ed il tassista, invece di portarmi, mi aveva avvertito: “lo stadio è chiuso e non è possibile visitarlo prima di martedì”… io riparto proprio lunedì, mannaggia le capre del Connemara!
Così avevo rinunciato a visitare lo stadio nazionale, ma avendo problemi d’insonnia da una vita e considerando che quando ti svegli è inutile rompere i coglioni in stanza a chi sta dormendo, mi faccio una doccia alle 9:30 del 1° gennaio con ancora “ooh!…look into my eyes…” nelle orecchie, ed esco dall’hotel di Parnell Square, in direzione nord dove penso di trovare il Croke Park. Esatto! Fermandomi in uno di quegli alimentari dove ti porti via un bicchiere di cartone pieno di cappuccino e (udite udite) un saccottino al cioccolato, il gestore mi dice che appena arrivo sul ponticello più avanti, mi guardo a destra e vedo lo stadio. Niente di più semplice ed anche se lo stadio è chiuso, scatto le foto di rito.
EIRUCCRitorno verso l’hotel, dove inizio a recuperare i primi superstiti con cui ce ne andiamo a St. Stephen’s Green per una passeggiata nel parco, poi ci raggiungono gli altri ed andiamo a visitare la distilleria del Jameson, dove mi guadagno l’attestato di assaggiatore di wiskhey. La prova consiste, al termine del giro della distilleria, nel sedersi ad un tavolo con apparecchiati tre shots di diversi wiskheys, oltre al bicchiere distribuito per tutti all’entrata del ristorante, al quale avevo aggiunto due cubetti di ghiaccio e che mi ero portato dietro al tavolo dell’esame, per sciacquarmi la bocca tra uno shot e un altro. In realtà il superamento della prova è stato banale: bastava dire che dei tre, il più buono era il Jameson e prontamente la guida ha raccolto i nomi di noi esaminandi, per tornare con l’attestato stampato di fresco. All’uscita dalla distilleria, tutto il mondo mi sembra più bello e cammino con un senso di leggerezza per i negozi di souvenir di Mary Street, per poi dichiarare l’ora della pennichella alle 17:00. Ancora in giro per locali nella notte, ancora in giro per il centro prima della partenza e prima dell’ultimo show del tassista che ci porta all’aeroporto, il quale è in vena di spiritosaggini sugli italiani che affittano le macchine per fare il giro dell’Irlanda e finiscono in un fosso dopo mezz’ora, per via della guida a sinistra. Gli prometto che quando tornerò qui, farò senz’altro questa esperienza e lui mi assicura che è come imparare ad andare in bicicletta: devi prima cadere un paio di volte, ma una volta imparato non scordi più. Si ferma un attimo davanti alla vetrina di un negozio fotografico, mi indica un’immagine di una neonata e mi mostra che come sfondo del cellulare ha la stessa: è una dei suoi 19 nipoti, nati da 11 figli. Gli faccio i complimenti per averli tirati su facendo il tassista e lui mi dice che è un grande tassista e se vogliamo, ci può portare a Belfast in un’ora e mezza.
Per spirito d’emulazione il pilota della Ryan Air passa avventurosamente attraverso una brutta perturbazione tra Inghilterra e Francia e ci fa atterrare (con tutto il carrello) a Ciampino con addirittura 40 minuti d’anticipo, e le trombe dagli altoparlanti annunciano il tempo record della rotta stabilito dal nostro Barone Rosso.
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4 commenti su “EIRUCC”

  1. Gordon74 Says:

    Piccola postilla per aggiornarvi sulla carriera pubblicitaria britannica di Tiziano Crudeli, testimonial adesso del campionato mondiale di freccette con spot che definire demenziali è un eufemismo.

  2. LaMudifeca Says:

    BEN TORNATO RUCCUTO'… E AUGUREEEEEEEEEEEEEEE

  3. anonimo Says:

    Chi ve mort set venut a temple bar e ne me sete purtat le zazzicchie coi brucculett. Comunque i stev ai botticelli. Davanti a i pub che si chiama i temple bar e sem festeggiat con la band ciociara ruccutona ai prim post in Irlanda e in Inghilterra coi can pizzigl. Latruvat su you tub.comunque almeno marc Romagna ma venut a truva teneva na tedesca che era megli de na Ferrari…. Saluti a tutti e buon anno paccalott 1925. Ci vediamo per il 6 nazioni

  4. gigi Says:

    suuuuuuuuuuuuuucaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa


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