Archivio dell'autore

70 ANNI DI LIBERTA’… AUGURI APECAR!!!

28 giugno 2017

Le parole che non ti ho detto Pt.2

23 giugno 2016

E’ successo di nuovo. Già qualche anno fa Mentalità Ruccutona vi riportò gli errori durante gli inni nazionali nelle partite tra le squadre di oltre Oceano, stavolta durante la Copa America del Centenario è andato in onda l’inno cileno al posto di quello uruguayano. L’Oscar ruccutone va al capitano della “celeste” Godìn, che cantava ugualmente con nonchalance le osterie dalla uno alla mille, beccandosi l’occhiataccia di Muslera… ma tant’è, a loro non sembra fregare più di tanto… gli inni del Sudamerica e del centroamerica si somigliano tutti abbastanza, tranne l’inno argentino che ha un’introduzione infinita ma che a quanto pare fomenta moltissimo, e l’inno brasiliano in cui guardando i giocatori che cantano e sentendo la musica ti viene il dubbio se la TV ha l’audio fuori sincrono o stanno in realtà cantando l’inno ungherese. Immaginiamo però, se nella nostra Europa unita, dovessero mandare la marsigliese al posto dell’inno italiano, oppure al posto di “God save the Queen” suonassero “Deutschland über Alles”…

Miguel “el burro” Panizo… racconti tradotti per voi.

21 giugno 2016

Da quando sono venuto a sapere che anche Federico Buffa ha recentemente tirato fuori la faccenda della “Palomita de Poy” ed i racconti di Fontanarrosa, ho deciso di tradurne un altro, sempre nella tradizione e distinzione Ruccutona.

machete-kills-2237

Non so se sono stato chiaro

Prima di tutto vorrei chiedere, Vostro Onore, signori della giuria, chiedere scusa se, forse, nella mia storia, involontariamente potessi offendere l’orecchio di donne o signore, con parole che possono sembrare “empie”. Ma è che il problema, signore, di per sé, diventa un po’ difficile da dire, senza ricorrere a quelle parole che ho citato.

Penso che sia stato il destino, il caso, che mi ha messo in questa situazione, il caso… e purtroppo, signori, non ho molte competenze oratorie. Cercherò, nella migliore delle ipotesi, di essere concreto e il più breve possibile. Ma ho voluto chiarire per tutti coloro che poi dicono che non ho avvertito e mi accusano di lingua maleducata o sporca. Inoltre, siamo tra persone mature, capirà ciò che dico.

Lo so, lo so, Vostro Onore, mi scusi. Andrò al punto. Ma succede che non è facile per un uomo umile, come me, affrontare questa situazione, davanti a signori così onorevoli. E’ il destino, come ho detto, che dovevo essere testimone degli eventi, e cercherò di essere il più chiaro possibile, senza offendere nessuno. Inizierò la storia dall’inizio, o almeno ci proverò, Vostro Onore, signori della giuria, per dare loro un’idea di chi era Miguel Panizo, Miguelito, come lo chiamavamo nel quartiere, il Burro Panizo. E Miguel Panizo, lì a Saladillo, era famoso per una cosa, vostro onore, per la sua virilità, la sua virilità. E quando dico la sua virilità… la sua virilità, non dico con questo che era un impavido, un uomo coraggioso, o un ragazzo sfrontato. Questo non lo so. Non lo ha mai mostrato, o non ha avuto alcuna possibilità di dimostrarlo. Né era abbastanza provocatorio per avere possibilità di dimostrare tale pregio. Al contrario, Miguelito era un pane di Dio, un grande ragazzo bonario, signori. Quindi, quando dico che Miguel Panizo era famoso per la sua virilità intendo qualcosa di diverso. E sapete bene cosa intendo. Voglio dire, cerco di essere più esplicito, voglio dire. . . perché vedo tra queste facce qualche dubbio… Vedo che qualcuno mi ha un po’ capito. . . sì, sì. . . proprio questo. . . proprio questo. . . Ma vorrei essere chiaro, voglio dire che Miguel Panizo era famoso. . . direi. . . per ciò che portava. . . Come spiegarlo? . . . L’apparato che portava, il sesso, per esempio, la virilità, il membro esattamente. Vi posso assicurare, signore, e perdonatemi se sono molto crudo nei termini, era disumana la cosa che aveva quel ragazzo fra le gambe. Una cosa barbara. Così, osservate. Il mio avambraccio, quasi. Sono un uomo adulto, ho visto molte cose, ma vi posso assicurare che mai nella mia vita ho visto qualcosa del genere. Una cosa tremenda! Per quello che fu chiamato “El Burro” Miguelito. L’ “Asino” Miguel, perché, come sapete. . . Ho notato che avete capito dagli sguardi di tutti voi. . . Gli asini sono noti per. . . Va bene, sì, signor giudice, mi scusi. . . Cerco di essere chiaro per illustrare alla giuria, e non apparire troppo scortese con le signore che la compongono, anche. . . loro mi perdoneranno.

Sì, sì, continuo, Vostro Onore. Vi posso assicurare, signori della giuria, che l’attributo di Miguel Panizo doveva essere mostrato a circhi, fiere in pubblico, nello stesso modo dei vitelli a due teste, o deformità fisiche dei gobbi o altri esempi. Ma lui, Miguelito, aveva sempre negato, perché, diceva, e aveva ragione, signori della giuria, che non era un pagliaccio, o un animale, da mostrare in una kermesse, o in un circo. E vi assicuro, signori della giuria, che quel ragazzo avrebbe potuto guadagnarsi la vita lavorando molto facilmente nei circhi Tihany o Ringlin Bros, per fare un esempio.

Ma no, Miguel ha lavorato sempre nel magazzino di don Isidro, intorno al club Calzada, come chiunque altro. Ma sì, molto tempo fa era solito accettare sfide, scommesse, dalle persone che venivano da altrove. Sì. Un po’ perché era sempre divertente per i ragazzi del quartiere, che lo seguivano come uno che segue una squadra di calcio. Siamo stati i suoi fan. E un altro po’, perché così, di volta in volta, erano buoni pesos guadagnati. Ma non successe molte volte, a Saladillo. L’ultima cosa che ricordo, che otto anni fa, fu un. . . un sempliciotto di Santa Fe.. . un grosso omone che giocava a basket e venne a sfidare Miguel… che la sfida era a porte chiuse, ovviamente, nella stanza dei trofei del club dell’Union y Gloria, di fronte a un notaio, e c’eravamo tutti, per quello che ricordo. Si era preparato un tavolo, vorrei spiegare la procedura per i signori della giuria, un tavolo in legno sul quale era stato dipinto, molto ordinatamente, un sistema metrico, che raggiungeva il metro e mezzo, più o meno, e su quel tavolo venivano misurate. . . beh. . . le parti. Mi scusino le signore se ho esagerato, perché vedo. . . beh . . facce un po’ arrossate, ma capite è mio dovere dare testimonianza, nel possibile. . .

Ok, ok, giudice, mi scusi. Mi scusi. Forse la mia intenzione di collaborare mi fa sbilanciare. . . Sì, sì, continuo. Bene, quella volta del tale di Santa Fe fu un fiasco perché Miguel vinse, quasi, di venti centimetri. Sì, signori, ho notato alcune occhiate sospette tra gli onorevoli presenti, ma posso giurare che fu così e, per amore di mia madre, non mento. E ciò che di Miguelito fu spaventoso… e sto parlando dell’attrezzo. . . come potrei spiegarlo?. . . era con l’apparecchio a riposo. Io non parlo, io non vorrei riferire di ciò che era quando entrava in attività, perché quello. . .

Beh, mi scusi monsieur. Quello che succede è che spesso le persone non credono quando uno racconta, pensano che si sta fantasticando, ma voglio ricordare che ho giurato di dire solo la verità e non deluderò la fiducia che ha riposto in me la giuria chiamandomi a testimoniare, lontano dagli occhi di mio padre, che, forse, dal cielo. . .

Lo so, giudice, mi dispiace. Mille scuse. Continuo. La volta con quello di Santa Fe è stata l’ultima che Miguel è stato coinvolto in una sfida del genere. Sto parlando di otto, se non nove anni fa. Ma per il resto, Miguel Panizo, ha condotto una normale, tranquilla, vita ordinaria. Non era un uomo da bluff, diciamo, da vantarsi per le sue doti insolite. E guarda che chiunque lo avrebbe potuto fare, nella stessa situazione! In più considerando, sapete bene come sono i quartieri, questo culto per il machismo, per le cose virili. Come ne parliamo nel bar nel club, le battute degli amici, le esagerazioni, gli scherzi! Ma no, Miguelito ho detto che era un pane di Dio, non ha mai dato molto peso a quelle cose. Né ha smentito perché non era uno sciocco. Non ha smentito. Sapeva che, nella misura in cui la fama è venuta, ha ottenuto i suoi buoni vantaggi. In che modo? Mi spiego meglio, vostro onore, perché noto un po’ di confusione tra i presenti. Tutti sappiamo che le donne sono molto curiose, Giudice. . . Non so se mi spiego. . . Non so se è evidente la mia intenzione. Non so se sono riuscito a far capire quello che voglio dire con questo. . . Un momento, un momento. . . Vorrei chiarire, perché vedo un po’ di rabbia tra le facce delle signore della giuria. . . E’ proprio quello che ho detto. . . A tal riguardo, sotto l’aspetto della relazione, per esempio, per così dire, tra uomini e donne, del rapporto intimo o sessuale, la donna si dice che sia più inquieta rispetto agli uomini. E’ più curiosa, soggiogata dall’ignoto o dal misterioso. Sono attratte da ciò che non è noto. Perlomeno ho letto qualcosa del genere su una rivista. Non voglio che lei pensi che io, signore, io sia l’inventore di questa teoria! Penso di averlo visto su “Maribel”. O almeno alcune donne sono così, se non tutte. Almeno, e posso garantire, giuro sulla salute dei miei figli, nel quartiere ho visto diverse donne, dico anche di più, molte delle quali “signore”, “signore rispettabili” che arrivavano al club, nel momento in cui sapevano che ci incontravamo noi ragazzi, per vedere Miguel. E cercavano la conversazione, gli “davano corda”, come dicono i ragazzi. E Miguelito approvava, perché era un gigante un po’ fesso su alcune cose, ma non era per niente stupido. E il giorno dopo vedevi queste donne con il volto cambiato, con un sorriso, quasi come perse e uno poi immaginava che Miguel aveva fatto loro conoscere la buona eh. . . già mi capite, bene. . . credo che per essere chiari, la buona ferramenta… mi dispiace se le mie parole sono ruvide. E voglio arrivare al nocciolo di ciò che ho da dire, come tutti sappiamo, e mi scuso se ho descritto dettagli irrilevanti, ripeto che io non sono un oratore e. . .

Ebbene, giudice, ha ragione. Mi perdoni. Il punto è che una settimana fa, lo scorso Lunedi, sì, il Lunedi, un nano arrivò nel quartiere. Un nano di Resistencia, del Chaco. Giudice, la notizia si diffuse rapidamente perché un nano è molto vistoso, sempre per il motivo immagino, della sua piccola statura. Ma questo nano, signori della giuria, Sosa era chiamato, o chiamava se stesso, sfidò Miguelito. Così come lo sentono. Potrebbe suonare come una sbruffoneria, o una mancanza di umiltà da parte del nano, sfidare un colosso come Miguel, ma sa bene ciò che viene detto, ciò che viene detto circa i nani. . . Non so se sono chiaro. . . Non so se si capisce il senso di ciò che voglio trasmettere, perché vedo alcune facce come. . . come se non capissero. Si dice, non so se è vero, che i nani, nonostante le loro piccole dimensioni, le loro piccole dimensioni, sono, si potrebbe dire. . . Sono molto ben attrezzati.

Ebbene, giudice, sì, sì, ho capito, continuo. No .. . Vedo anche che hanno capito perfettamente, vedo dai loro sguardi che conoscono anche la fama di questi nani, o almeno ne hanno sentito parlare. Anche questo Sosa, Marcial Sosa, il nano che è apparso al buffet del club Lunedì scorso, ha detto che lo chiamavano “Bracero”. Naturalmente è un soprannome, che non costituiva un esempio di fantasia, perché è un soprannome molto banale, diciamo, perché. . . chiaro. . . non disse il “Bracero” perché aveva lavorato nel raccolto. . . e perdonate l’ironia. Non so se mi spiego. Non so se capiscono, soprattutto le signore, perché ho notato alcune facce che non capiscono. Il braciere, il braciere-braciere, l’apparecchio per riscaldare le cose, il bollitore, come si dice. Il braciere come tutti sappiamo ha tre gambe e di solito così vengono chiamate certe persone, naturalmente, gli uomini, quando si dice, appunto. . .

Ok, va bene, giudice, è che cerco di essere il più descrittivo possibile. Perdoni. Mi scusi. Continuo e mi scusino le signore se sono un po’ crudo nelle mie spiegazioni. Nel club immediatamente ci fu effervescenza prima della sfida e si cominciarono a tessere le storie più disparate. Sapete come sono i bar del club. Come si parla lì al divino ritrovo. Perché questo nano era del Chaco e Miguelito Panizo anche è Chaqueño. Non di Resistencia, ma comunque del Chaco. Di Roque Saenz Pena, penso. Sono venuti qui quindici anni fa, ma comunque dal Chaco. E cominciarono a dire al tavolo del club che nel Chaco tutti gli uomini sono così, era come se fosse il cibo, o l’aria secca, roba del genere. Fino al Fermin, il Toto Fermin, che è il più grande conta balle del club. . . Sa, monsieur, che in ogni club, in ogni quartiere c’è un conta balle, pazzo, stupido, bene. . . Firmin, che è il conta balle del club inventò che il nano era in realtà il figlio di Miguel, un figlio naturale, che era come dire. . . la ragione per cui anche lui portava il suo… beh, il suo buon apparato, e che Miguel era fuggito dal Chaco esattamente perché non voleva riconoscere il nano e tutte quelle cose. E che ne seguì! In ogni caso la sfida era stata accettata, Miguel aveva detto di sì, e il nano aveva scommesso una fortuna sul suo. . .strumento. Non chiedetemi quanto, perché mentirei se lo dicessi, ma fu una quantità più che notevole, si è parlato di dollari, anche. Ebbene, Mercoledì sera fu la cosa. Il club era chiuso con la scusa della disinfestazione, siamo andati tutti alla sala dei trofei, eravamo circa trenta, e c’era il tavolo che ho già detto loro, era stato adibito a questo tipo di… scontri. Ci tengo a precisare che questo genere di cose non è aperto a donne e bambini, per mettere in chiaro che non è altro che una competizione con un pubblico esclusivamente di uomini. Non vi è alcuna corruzione o porcheria. C’era anche il notaio, ma non furono autorizzati i fotografi.

Il nano arrivò a metà pomeriggio, quando ormai pensavamo che si fosse ritirato, per paura di una figuraccia. Ma arrivò, agitato, con una carta da imballaggio allungata sotto il braccio, dove ha detto che stava portando un regolo per verificare le misure. Seguì una discussione tra chi dovette dirgli che stava offendendo il club, e qui le cose erano disciplinate dalle norme della provincia di Santa Fe, e roba del genere. Non so che cosa c’era di vero in tutto questo, ma credo significasse che i ragazzi lo dissero per evitare di subire prepotenze da un outsider sconosciuto che veniva a diffidare di noi, e come se non bastasse, nano. In ogni caso, dopo la discussione, abbiamo dovuto fare le cose per bene, non fosse che il nano, o lo stesso notaio, potessero pensare che volevamo fregarli e rubare il denaro. Il notaio sorteggiò infatti. . .  chi doveva estrarlo prima. E fu eletto Miguelito, povero. Miguel lo tirò fuori e lo mise sul tavolo. Una cosa monumentale, da vedere. Il nano impallidì, stavo sbirciando, era diventato bianco. Il notaio misurò, io non sono sicuro di quanto venne messo a verbale – se ve lo dicessi non ci credereste – e poi fu la volta del nano. Ho visto che il nano afferrò il suddetto avvolto nel giornale e pensai: “Questo non è convinto non ci si può credere”. E il nano tirò fuori dalla busta, non un regolo, tirò fuori un machete di queste dimensioni, quelli da apertura nella boscaglia…

Quando rivivo quella scena lo giuro, signore, che corre lungo la mia colonna vertebrale un brivido su e giù. E’ stato un colpo solo, monsieur, un colpo secco di machete sul tavolo. . . Guardate. . . L’apparato di Miguelito era un serpente, un braccio mutilato maciullato sul tavolo. Non voglio approfondire i dettagli perché vedo sui volti trasfigurati di tutti voi. . . lo stesso orrore che ho sentito. . . Povero Miguel. . . Poi ci hanno detto che questo nano, Sosa, era stato il marito di una donna che un giorno ha provato con Miguel, nel Chaco. Non lo so. Una storia del genere. E’ che glie l’aveva giurata a Miguel. Il nano era taglialegna. Come vanno le cose! A che serve – a volte – avere tanto, monsieur? Mi chiedo. . . A che serve avere così tanto?

CICCIOBOMBO’S TALES

8 gennaio 2016

Avevamo promesso di controllarlo, viste le iniziali frociate in stile Disney subito dopo la successione al “Caro Leader” Kim Jong-Il… suo figlio Kim Jong-un sembrava davvero un articolo indeterminativo rispetto all’illustre predecessore, ma in 4 anni ha spiazzato tutti e rimontato con una serie di imprese qui sotto riportate da un articolo dell’Huffington Post, che lo rendono per antonomasia “Cicciobombo il Ruccutone”.

Kim-Jong-Un

1. Tutti col taglio di Kim, anche le donne

L’affermazione della propria personalità non può passare attraverso i capelli in Corea del Nord. Per decisione del dittatore i cittadini hanno l’obbligo di portare il suo stesso taglio corto, non più di 2 cm. Neanche le donne scampano al dictat. A loro tuttavia, viene concesso un più femminile caschetto.

2. Indice le elezioni, ma il suo è l’unico candidato

Nordcoreani al voto per scegliere tra il candidato di Kim Jong-un e il candidato di Kim Jong-un. Alle prime elezioni comunali indette da quando il leader è al potere i cittadini hanno potuto scegliere se approvare o meno il candidato del Partito dei Lavoratori, capeggiato da Kim Jong Un.

3. Un fuso orario solo per lui

Il “fuso orario di Pyongyang” è il regalo di Kim Jong-un ai nordcoreani. La lancetta di orologio indietro di 30 minuti, a metà tra Pechino e Seul-Tokyo. Non più nove ore dal meridiano di Greenwich, ma 8 ore e mezza.

4. La Corea ha il farmaco per curare ebola, aids e cancro

Il miracoloso Kumdang-2, stando all’annuncio dato dall’agenzia di stato nordcoreana, è in grado di curare Aids, Ebola e cancro. Il farmaco è creato con il ginseng e un mix di sostanze che rimangono top secret e viene somministrato attraverso iniezione.

5. Fa controllare l’insalata al microscopio prima di mangiarla

Quando il potere è grande i nemici sono tanti e l’attenzione non è mai troppa. Lo sa bene Kim, che, per sicurezza, fa controllare al microscopio ogni singola foglia dell’insalata, che proviene dal suo stesso orto.

6. Per la quinta volta è stato eletto “uomo meglio vestito” della Corea del Nord

I nordcoreani venerano il loro leader e non possono che rimanere affascinati anche dal suo stile. Per cinque volte consecutive Kim Hong-un è stato eletto l’uomo “meglio vestito” nella Corea del Nord.

7. Lo zio sbranato da 120 cani affamati

Nessuna pietà neanche per i parenti. Lo zio di Kim Jong-un, Jang Song-Thaek, sarebbe stato gettato in una gabbia e sbranato vivo da un branco di 120 cani affamati. L’ex numero due del regime è stato giustiziato perché ritenuto colpevole di un tentativo di colpo di Stato.

8. Vieta le merendine al cioccolato della Corea del Sud

I lavoratori nordcoreani non possono mangiare le merendine al cioccolato della Corea del Sud. Temendo forse una concorrenza alle merendine locali, o che apprezzandole i suoi cittadini potessero simpatizzare per la Corea del Sud, Kim ha bandito i “Choco Pies”.

9. Bacchetta i meteorologi, colpevoli di dare previsioni sbagliate

Anche i meteorologi sono finiti al centro delle ire del dittatore. Kim Jong-un si è recato nelle stazioni meteo del servizio idro-meteorologico nazionale della Corea del Nord, apostrofando con parole poco lusinghiere i meteorologi, colpevoli di sbagliare “troppo spesso” le previsioni.

10. Giustizia il suo ministro della difesa. Si era addormentato durante un evento militare

EL VIEJO CASALE… RACCONTI TRADOTTI PER VOI!

9 luglio 2015

Il calcio argentino da sempre ci affascina con il suo stile genuino, ed ecco tradotto molto liberamente per voi uno dei racconti di Roberto Fontanarrosa, tifoso del Rosario Central che qui descrive alla sua maniera i retroscena del derby datato 19 dicembre 1971, deciso dalla leggendaria “palomita de Poy”, di cui sotto vediamo la foto che fa da prefazione alla lunga narrazione. Mettetevi comodi!

aldo pedro poy

Sì, lo so che ci sono quelli che dicono che siamo stati bastardi per quello che abbiamo fatto con il vecchio Casale, lo so. Non manca mai gente così. Ma ora è facile dirlo, ora è facile. Ma dovevate esserci in quei giorni per capire il pathos a Rosario, ​​padre mio, per non mentire come chi parla adesso.Non so se vi ricordate che cosa era Rosario in quei giorni prima della partita. E quelli che chiamo “quei giorni”! Settimane precedenti già si parlava della partita e la città era una caldaia, perché era quello che era, la città! Certo, ora chi parla sono quegli ipocriti che dopo li vedevate sulla strada urlando e saltando come miserabili, banchettando al ritmo dei cori e ora se ne escono come quelli che sono … cosa sono? … moralisti… Qual è il problema, figli di un migliaio di puttane? Ora sono tutti fenomeni, è molto facile parlare. Ma se vedevi che cosa era la città in quei giorni, fratello, se accendevi un fiammifero andava tutto al diavolo. Non si parlava d’altro nei bar, per strada, ovunque. Scintille, ve lo assicuro. Tutto è iniziato con la solfa delle scaramanzie. O meglio, maledizioni.Dovete capire che non era una partita qualunque, era una finale “finale”. Perché anche se si trattava di una semifinale, dopo aver vinto saremmo tornati a Rosario per rompere il culo a chiunque. C’erano in ballo sia il Central che il Newell, entrambe le parti. E come stavano i leprosos! E’ questo, che dovrebbero ricordare ora quelli che parlano al reverendo venticello e vengono a rompere le palle con la questione del vecchio Casale! Non ricordano tali coglioni come stava la lepra? Non sarà d’accordo anche il mio vecchio, adesso? Dovemmo sopportare perché loro credevano nel risultato fisso, ma un risultato fisso, fratello, a pensare che stavano per riempire il cestino. Non solo stavano pensando a mettercelo dietro, ma anche che noi stavamo per prenderne cinque davanti al Monumental e alla televisione. Ma perché non se ne andavano dalla puttana della loro mamma! Che cazzo stavano andando a fare questi cinque culirotti! Così se la bevevano raddoppiata! Che cazzo di boria avevano in quei giorni e non poterono soddisfarla! Ma la verità, la verità, fratello, con la mano sul cuore, è che avevano una grande squadra, ma una grande squadra, padre e signore.Certo. Perché era un piacere vederli giocare, buon tocco e difesa ben posizionata. C’era Zanabria, il Marito Zanabria; Mono Obberti, Dio caro, il Mono Obberti, che giocatore! C’era quel Silva di Lanus, il muratore. Montes! Montes cinque; Santamaria, il Cucurucho Santamaria, chi lo sa, era una grande squadra, una grande squadra gli deve essere riconosciuto, e la lepra portava il risultato fisso. Sai quanti furono in viaggio verso Buenos Aires, il giorno della partita? Io non lo so, saranno stati migliaia, milioni, non so da dove sono venuti così tanti leprosos. Erano quattro pazzi e improvvisamente, per la partita, sono apparsi come formiche disperate. C’erano tutti. Come è stato quel percorso amato papino! Così ahimè, ho dovuto ricorrere a qualsiasi cosa. Ci sono partite che non si possono perdere, bisogna vincere o vincere. Non c’era niente da fare. Quindi, se dico che ho dovuto uccidere mia madre, che ho dovuto assassinare il presidente Kennedy, non mi importa, fratello. Ci sono partite che non si possono mancare. E allora? Avete intenzione di lasciare che questi stronzi umilino ed offendano la bandiera sul nostro muso per tutta la vita? No, vecchio mio. Così si deve ricorrere a qualsiasi cosa. E’ come quando si ha un parente malato hai visto? Una cosa, per esempio, per cui sei in grado di andare in chiesa hai presente? E io vi dico, questa volta non sono andato in chiesa, non sono andato in chiesa perché giuro che mai mi è venuto in mente, ti giuro, se no … vi assicuro che mi sarei confessato, soprattutto se serviva a qualcosa. Ma con i ragazzi ci dedicammo alla questione della stregoneria ed alla maniera maschile, di seppellire un rospo dietro la porta di Fenoy, gettare sale sulla porta dei giocatori del Nübel e tutte quelle cose che si dicono sempre. Naturalmente tutte le streghe del quartiere stavano già lavorando sulla cosa e avevano bambole con la maglia del Nubel infilzate con spilli, maledizioni ordinate per telefono e anche la mia vecchia che non si interessava molto di questo, aveva una sciarpa annodata da una decina di giorni, della serie: “Pilato, Pilato, se non vince il Central al River non te sciolgo. ( “Pilato, Pilato, si no gana Central en River no te desato”). Dopo la vecchia disse che avevamo vinto grazie a lei , povera vecchia, se avesse saputo quella del vecchio Casale… ma le dissi di sì per non deluderla. Ma tutti questi fatti del rospo dietro la porta e dei modi maschi erano, che io sappia, cose molto generiche, c’erano ragazzi che lo stavano già facendo e visto che la partita era al Monumental, non era possibile andare sulla pista olimpica a seppellire un rospo perché vai in carcere con trenta catene e non ti salva nessun Dio allora, fratello. Poi, mi ricordo che abbiamo iniziato con la cosa delle superstizioni personali. Perché mi ricordo che eravamo nel bowling di Pedro e stavamo parlando di questo. Così, per esempio, abbiamo deciso che a Buenos Aires dovevamo andarci con la macchina di Dani, perché era la macchina che una volta era andata a La Plata per una partita contro l’Estudiantes e abbiamo vinto due a zero. Stavo andando a prendere, naturalmente, il cappellino che avevo portato allo stadio tutte le ultime partite e lì non avrei mai dimenticato il cappellino. Per questa ci sarebbe voluto un cappellino miracoloso. El Coqui andava in giro con l’orologio scambiato, al polso destro e non a sinistra, perché in un match contro non so chi se l’era cambiato quando stavamo perdendo e poi abbiamo pareggiato. Voglio dire, tutti i provvedimenti, tutte le possibili cabale andavano bene e non avremmo tralasciato alcun dettaglio. Ripeto, siamo stati mezz’ora a discutere come cazzo ci siamo ritrovati sugli spalti nella partita contro l’Atlanta per stare allo stesso modo nella partita contro la lepra; quell’idiota di Michi diceva che era stato dietro il Valija e il Miguelito era convinto che quello dietro il Valija era lui. Guardate voi, anche questo studiammo prima della partita, in modo da poter vedere come la situazione ci scappò di mano in quei giorni. E sai cosa ti porta a questo, fratello, sai cosa ti ci porta? Il cagaccio, fratello, cagaccio, il cagaccio riesce a fare qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto con il vecchio Casale.Perché se avessimo perso, mamma cara, avremmo dovuto lasciare la città, vecchio mio, avremmo dovuto prendere rifugio all’estero, lo giuro, non avremmo potuto mai più tornare qui. Saremmo andati a finire come quei profughi cambogiani che scappavano su una zattera. Giuro che se avessimo perso dovevamo abbandonare la città di Rosario, dovevamo andare tutti sul Parana, milioni di canallas, non lo so, a Diamante, nel Perù, a Cuzco, nella fre**a della mamma, ma qui non saremmo più stati in grado di vivere con i leprosi a cazzo carico, vecchio. Miguelito già aveva detto molto chiaramente che lui se la dava, che se perdevamo si trasformava in rospo e si giocava la testa e dico che Miguelito è capace di questo e di più, perché è pazzo Miguelito, quindi si doveva credergli. O non so chi cazzo aveva discusso la possibilità di diventare troll e un altro una farfalla, di perdere i capelli e uscire vestito come un pazzo per Pellegrini e non tornare più a casa. Ma vi dico, nessuno dovrebbe neanche discutere questa possibilità. Mai la parola “sconfitta” è stata nominata.E’ stato come quando si parla di cancro, fratello. Si veda che là fuori ti dicono “la patata” o “avere nulla”, “qualcosa di sbagliato”, ma il cancro, vecchio mio, non lo nomina nessuno. Ed è così che si arriva al vecchio Casale.Il vecchio Casale era il vecchio Cabezòn Casale, un ragazzo che veniva sempre al bowling da anni e veniva alle partite con noi, ma già da quando era andato a vivere a nord di Salta, penso che si sia visto poco qui, da queste parti. Ed allora ci ricordammo che un giorno, nella casa di Cabezon, il vecchio aveva detto che non ha mai… mai aveva visto perdere il Central contro il Newell. Ricordo che rimanemmo colpiti dal fatto che un destino potesse essere così privilegiato. Anche se in un primo momento ti chiedi: “Come diavolo ha fatto questo ragazzo a non aver mai visto perdere il Central contro il Newell? Come cazzo ha fatto? Questo di sicuro non ci va allo stadio.” Perché ahimè, qualche volta avresti dovuto veder perdere, a meno che non si va mai ai clasicos. E conosco molti occhi che cancellano così bene i clasicos. Oppure che andavano ad Arroyito, ma al Parque non ci andavano in tutta la loro vita del cazzo. E mi ricordo che lo chiesi al vecchio e il vecchio disse di no, e ci ha spiegato. Era sempre stato tifoso centralista di lunga data, ma aveva avuto, che ne so, una serie di coincidenze per cui ad un sacco di partite con il Newell non poteva andare per un sacco di ragioni che non ricordo. Una volta era in viaggio per Misiones – il vecchio era camionista – o quel giorno si era slogato una caviglia e non poteva camminare, una volta era l’influenza, mal di testa, che ne so, alla fine, la verità, era che non aveva mai visto una partita in cui la lepra ci aveva rotto il culo. Era un vecchio privilegiato e anche un talismano, caro, perché se ci sono ragazzi sfortunati che ti fanno perdere partite ovunque vadano, ce ne sono altri che se li porti è sicuro che la tua squadra vince. Ci sono, cazzo. E il vecchio Casale era uno di questi, di fortunati.Così ci siamo detti, “Questo vecchio uomo deve essere al Monumental contro al Nubel. Non può essere altrimenti. Deve esserci.”Certo, abbiamo detto, sicuro che ci sarà, è un tifoso del Central, canalla fino alla morte. Ma ci venne come un dubbio hai visto? perché non è che vedevamo ogni giorno il vecchio, vi dico di più, dal momento che il Cabezon era andato a nord per lavorare il vecchio non si era tornato a vedere né allo stadio né in strada o da nessuna parte. Inoltre, era già abbastanza vecchio da sembrare di avere ottanta anni allora. Bah, ottanta in realtà no, ma sessanta, 65 anni ce li aveva sicuro sotto le gambe.Poi, con il Vailja, il Colorado e il Miguelito dicemmo “andiamo alla casa del vecchio per assicurarsi che va e se non andrà lo portiamo legato”. Perché potrebbe anche essere che il vecchio non veniva perché non aveva soldi, che ne so. Avevamo già pensato di fare una lotteria a favore, una colletta, qualsiasi cosa. Il vecchio doveva andare, era una bandiera, un assegno circolare.Il punto è che andammo a casa sua e … quello che non si sapeva era con che cosa si era invecchiato! Stava male di cuore e il medico gli aveva severamente proibito di andare alle partite, guarda te. Non esisteva. No. Aveva avuto un attacco di cuore in non so quale partita, una partita di merda dopo che una palla aveva colpito il palo, che era morto da mezz’ora ed era stato salvato tra gli indios con la respirazione artificiale e massaggio al cuore, non era morto per puro caso e questo lo aveva fatto cagare talmente sotto che non era andato più allo stadio, guardo che ti dico, da due anni.

Erano due anni che il vecchio non andava! E non era solo che lui non voleva andare, ma il medico e, naturalmente, la famiglia gli avevano proibito di andare, naturalmente. Non so se gli vietarono anche di ascoltare le partite alla radio, non so se non furono vietate, in modo che non stirasse le gambe, perché sembrava che se il vecchio sentiva una scoreggia troppo forte moriva, da come fottutamente si stava mettendo. Uh! davvero! sulla faccia e il vecchio partiva. Per che cosa! Ci immaginavamo la disperazione, perché era come un presagio, un annuncio dall’inferno, fratello, era un presagio che stavamo andando a fare un casino a Buenos Aires, vecchio mio. Poi abbiamo iniziato a cercare di dare la crocchetta al vecchio, a convincerlo, a dire: “Ma guarda, signor Casale, devi esserci, è un appuntamento d’onore. Cosa ci sarà di sbagliato per il cuore se dovrà fare zero chilometri! Andiamo, signor Casale – mi ricordo che lo implorava Miguelito – quanti pensano di potersi stancare per un giorno? Voi siete un toro”. Ma la vecchia merda, sulle sue. No e no.

Gli abbiamo detto che la partita sarebbe stata uno scherzo, che il Nubel aveva una squadra del cazzo e sicuramente in meno di quindici minuti saremmo stati dal tre a zero in su, che la partita era una mera formalità, che il governo aveva già deciso che doveva vincere il Central per rendere il maggior numero di persone felici. Non lo so, non so quante stronzate abbiamo detto al vecchio per convincerlo. Ma il vecchio niente… un figlio di puttana di pietra. Per di più ci avevano già iniziato a perseguitare la moglie, la madre di Cabezon, e una sorella di Cabezon, che volevano sapere cosa diavolo avevamo voluto dire al vecchio in quella riunione, che significa già il sospetto che non stavamo andando a combinare nulla di buono. In breve quella vecchia ci ha detto che no, che eravamo pazzi, non si sapeva nemmeno se fosse stato in grado di sopportare lo stress di sapere che la partita era stata giocata, anche senza ascoltarla. Perché lo leggeva il giornale il vecchio, quindi tanto idiota non era, e sapeva come veniva quella mano, come è stata la cosa, come erano le formazioni, le panchine, i precedenti, il fondo del campo, divise, colori, tutto. Ci disse di più. Disse questo – un giorno prima che iniziassero a partire camion e pullman con persone che andavano a Buenos Aires – “vado a casa di mio fratello che vive a Villa Diego”. Non voleva sentire i clacson il vecchio. “Vado molto presto da mio fratello, che a mio ​​fratello non importa una sega di calcio, e trascorro la giornata, senza ascoltare la radio o altro.” Perché il vecchio disse e aveva ragione, che se fosse rimasto in casa, anche se si chiudeva in un armadio, avrebbe sentito qualche grido, un gol, qualcosa andava a sentire, povero disgraziato, e poteva morire proprio lì sul posto. Così stava per andare a casa del fratello che doveva essere sgombra per questa occasione.

Molto bene molto bene. Vi dico che venimmo via di lì demoralizzati perché abbiamo visto che la cosa era venuta uno schifo. Potevamo quasi dire che eravamo nella merda. Per finire, al Valija, il giorno prima era caduta una zia nel campo e ricordò che, in un match che abbiamo perso a San Lorenzo, la stessa zia era venuta da lui il giorno prima. E’ stato un brutto presagio la zia.

In quel momento abbiamo deciso il sequestro. Siamo andati al bowling e quella sera ho parlato molto sul serio. Dani ha detto di no, che era scandaloso, che il vecchio sarebbe morto durante il viaggio, o sul campo, e poi andavamo a combinare un bordello tale che tutti saremmo finiti in carcere e, inoltre, che sarebbe stato quasi un omicidio. Ma Dani non ha avuto molto ascolto perché è sempre stato esagerato ed oltre che un esagerato, Dani è un mezzo cagasotto. Ma ci siamo trovati d’accordo e soprattutto determinati da una cosa che ha detto il Valija: il vecchio stava alla grande. Aveva avuto un attacco di cuore, è vero. Ma ci sono migliaia di ragazzi che hanno avuto un attacco di cuore e li vedi camminare tranquillamente attraverso la piazza e senza tutto il casino di questo vecchio stronzo, come mettersi all’interno di un armadio, o non andare allo stadio o consentire alla famiglia di trattarti come faceva la moglie e l’altra, la sorella di Cabezon. D’altra parte, e si sa, i medici sono bugiardi, ma dei bugiardi che si vede che volevano far fare altri mille anni al vecchio per ottenere fama, fare esperimenti e succhiargli il sangue. E, come disse Miguelito ed era vero, voi avete visto il vecchio fenomeno come stava. Con quasi 60 anni non dico che andava come un pazzo, ma camminava pure. Camminava, parlava, si sedeva, che ne so, si muoveva. Beveva! Perché a noi ci ha trattato con Cinzano e il vecchio ha tracannato il suo sorso, non dico un bicchierone, ma il suo sorso l’ha tracannato. Il fatto è che Miguelito aveva sviluppato una teoria che dico, anche oggi, non sembra inverosimile. Il vecchio era un ipocrita, fratello! Un ipocritaccio che speculava con la solfa del cuore per divertirsi e non lavorare mai più nella vita. Con il fatto del cuore lo trattavano regalmente e si erano – la sorella e la moglie del Cabezòn – intestardite di farlo vivere come un elegantone, al vecchio. E … di cosa si era privato? Di niente; se non che viveva nascosto; e non andava allo stadio. Figuratevi, ecco tutto. E ha vissuto come Carolina di Monaco, il fesso. Bene, con questo argomento fu che Colorado stabilì che tutto avrebbe funzionato.

Il Colorado ci ha parlato circa i grandi ideali della nostra missione per la società, il nostro dovere verso le generazioni future di stronzi. Ha detto che se quella partita fosse stata persa, migliaia di stronzi ne avrebbero subìto le conseguenze. Questo, per noi, ed era vero, sarebbe stato molto duro, ma eravamo stati già temprati, avevamo avuto il nostro e negli ultimi tempi avevamo avuto esperienza di tempi difficili e lamenti. Ma i ragazzi, i pendejitos del Central, questi sarebbero stati segnati per tutta la vita, per sempre, come con un ferro rovente. Quali accuse avrebbero ricevuto da quei bambini, quelle creature, che a scuola, li avrebbero distrutti, derisi con graffiti sui muri per sempre, sarebbero state una o due generazioni di infelici, sminuiti dai leprosos, timorosi di uscire o farsi vedere in pubblico. E questo è vero, fratello, perché mi ricordo di quello che sono stato accusato nella scuola primaria, in particolare.

Mi ricordo quando abbiamo perso 5-3 con la lepra nel Parque dopo aver condotto due a zero, quando si vendette il Colorado Bertoldi, che ancora se la starà godendo, e giuro che per una settimana non potei sollevare le coperte del letto perché avevo paura di andare a scuola e buscarmi il carico della lepra. I bambini sono bastardi praticanti, sono molto crudeli. Non hai visto mai come squartano le lucertole, o prendono un astice e gli staccano tutte le gambe? Bastardi sono i ragazzi al riguardo. E quello che ha detto il Colorado era vero. Ora tutti parlano del debito estero, e hey fratello, era davvero qualcosa come il debito estero, che per quattro bastardi di merda che c’erano nel paese, ora la pagano tutti i bambini e i figli dei nostri figli. E se noi potevamo fare qualcosa perché non accadesse, doveva essere fatto, caro mio. Inoltre, come ha detto il Colorado, non era più un problema di stronzi ñubelistas, è anche un fatto di opportunismo. I ragazzi vedono che vince una squadra e diventano di quella, sono così teste vuote. Sono tifosi dei campioni. Così avrebbe vinto il Nubel e … cazzo! … Da quel momento in poi tutti i ragazzi sarebbero stati del Nubel, ci metto la firma. E non ci sarebbe stato verso di portarli allo stadio, parlargli del gitano Juárez o del Flaco Menotti, o comprargli la maglia del Central appena nati. Non sarebbe valso a nulla. Gli stronzi vedono il River diventare campione e sono del River. Sono. E poi non era come adesso che nel bene o nel male, ai bambini li portano al Gigante quando non stanno nemmeno in piedi. Così, quando vanno in quel porcile del Parque, per le apparecchiature migliori che possano avere al Newell, i ragazzi pensano: “Non posso essere un fan di questa mondezza” e diventano del Central. Perché tutto passa attraverso gli occhi e si vedono ora ragazzi che non hanno nemmeno visto giocare il Central o il Newell e diventano del Central per lo stadio. E’ un’altra epoca, gli stronzi sono più materialisti, non so se si tratta di televisione o che cosa, ma una cosa come di lavarsi la bocca con le costruzioni.

Poi la cosa era chiara, si doveva rapire il vecchio Casale, perché quindici, venti anni dopo, oggi, per esempio, la città sarebbe stata piena di leprosi nati dopo quella partita, e questo oggi, si sa che cosa sarebbe? Beirut sarebbe un fagiolo al confronto, fratello, giuro.

Chi ha organizzato la “Operazione Eichmann”, come la chiamiamo noi, è stato il Colorado. Noi la chiamiamo così per quel generale tedesco, il torturatore, che gli ebrei fecero arrestare qui una volta, hai visto? e la nostra era più o meno lo stesso. Il Colorado è un tipo cerebrale, che carbura idee molto bene e ha organizzato tutto. Colorado era entrato ormai nella O.C.A.L. Non so se lo sai, è un’organizzazione qui a Rosario, che è così chiamata perché sono le iniziali, O.C.A.L. “Organizzazione Farabutti Anti lepra”. Si tratta di un gruppo nato come il Ku Klux Klan, più o meno, che si radunano in riunioni segrete e non so se ci sono incappucciati a tutte le riunioni, o sacrificano la vita di qualche leproso ad ogni riunione. Guarda, io non so se è richiesto di essere un fan del Central, ma sicuro, quello che devi fare è odiare la lepra. Bisogna odiare più la lepra che amare il Central.

Fanno incontri, scrivono gli articoli, pensano male contro la lepra, celebrano come feste nazionali le partite che abbiamo vinto, hanno inni, sono come quei ragazzi, quei massoni, nessuno sa chi sono. Camminano con torce. Beh, la O.C.A.L., dalla O.C.A.L. Colorado fu cacciato per fanatismo, e ho detto tutto. Ma era un furbo il Colorado ed è stato lui che ha organizzato l’intera operazione.

E te lo racconto perché è carino, ti racconto perché è carino, non so se uno di questi giorni non compare su Selecciones e tutto. Scoprimmo quale autobus andava a Villa Diego, dove aveva casa il fratello del vecchio Casale. Da dove viveva il vecchio, lì al 1400 di San Juan, l’unica cosa che rimaneva allora, se non ricordo male, era il 305 che passava attraverso la Calle San Luis. Così il vecchio dovevamo portarlo a San Luis-Paraguay, o San Luis-Corrientes, non oltre a meno che non era molto coglione da scendere a Boulevard Orono ma non so perché cazzo avrebbe dovuto farlo. Ora la domanda era se il vecchio stava andando in autobus o in auto, perché se fosse stato in auto erano cazzi, ma abbiamo pensato che stava per andare in autobus perché l’auto non aveva l’assicurazione e il fratello non l’aveva perché doveva essere un morto di fame come lui, sicuramente. E io ti dico la cosa è venuta perfetta, perché il vecchio ci aveva detto che stava per partire presto per evitare di infartare con le radio, il che significa che si poteva combinare con il nostro orario di partenza per la partita. Infatti il problema per noi era se usciva all’una del pomeriggio ed eravamo ancora per Villa Diego, perché dopo noi come facevamo ad arrivare ​​a Buenos Aires in tempo per la partita col bordello che c’era sul tragitto e per di più su un autobus di linea? Probabilmente avremmo fatto prima ad arrivarci a piedi. D’altra parte, fratello, Villa Diego è sul tragitto per Buenos Aires, e la cosa sembrava fatta apposta.

Poi dovemmo parlare con gli altri ragazzi, perché convincere Rulo non ci è costato nulla, per lui era lo stesso e anzi già pregustava la scena. Ve lo dico: il Colorado ha gestito la cosa come un boss, un maestro. La questione era quindi che il Rulo era un fanatico amico del Central che aveva un paio di autobus, stava molto bene il Rulo. E in quel momento aveva un paio di vetture sulla linea 305. E’ stata una fortuna così grande, perché se no dovevamo prendere un’altra vettura, cambiarle colore, vernice, qualunque cosa, mettere il numero, un grosso lavoro. Ma Rulo aveva due 305 e con uno di questi progettò di recarsi al Monumental per il giorno della partita e, tanto meglio era d’accordo con mille scimmie che andavano anche loro lì. Avrebbe preso un fuori servizio e tutti andassero dalla reputísima madre che li creò, non aveva alcuna intenzione di perdersi la partita.

Poi il Rulo, le scimmie e noi dovevamo essere preparati con il bus, il motore acceso, per España, parcheggiato. E Miguelito fu messo di guardia, a bere il caffè proprio lì in una sala da bowling vicino dove si vedeva la porta d’ingresso del vecchio Casale. Credo che alle cinque, non più tardi, della mattina, Miguelito era già di stanza presso il bowling a fare l’idiota e sorvegliando la casa del vecchio. Giuro che nemmeno i Tupamaros avevano mai fatto un’operazione del genere, fratello. E ‘stato fantastico.

Appena vide il vecchio uscire con un cesto dove di sicuro portava qualche pasto casereccio, qualcosa del genere, il povero vecchio, il Miguelito prese una Vespa che aveva in quel momento, partì a manetta e ci avvertì. Caricò la moto sul bus, in fondo, dietro l’ultimo posto e partimmo.

Avevamo già detto a tre o quattro stronzi, di quei casinari della barra, che di solito facevano i ragazzini, di non dire una sola parola e fare quelli che riposavano. Anche noi, quindi abbiamo fatto finta di non riconoscere il vecchio, eravamo nei sedili posteriori, fingendo il sonno, anche con il volto coperto da un maglione, come se non volessimo vedere la luce.

Io vi dico che il giorno era spuntato freddo e piovoso, come nell’altra festa nazionale il 25 maggio. Inoltre, il bordello era stato stivato e nascoste tutte le bandiere, le trombe, i sacchetti con i coriandoli, i thermos, tutto questo. Un ragazzo portava una bandiera che misurava 52 metri; 52 metri, pazzesco! Mezzo quarto di bandiera diceva “Empalme Graneros presente” e ha dovuto metterla sotto un sedile per non farla scoprire dal vecchio.

Il fatto è che il vecchio salì mezzo assonnato e si sedette su uno dei sedili anteriori che erano stati lasciati liberi di proposito in modo che non avrebbe visto molto del bus. Rulo timbrò il suo biglietto e tutto. E nessuno parlava, come se non sapessimo. E mentre l’autobus stava facendo la via normale, il vecchio era tranquillo, guardando fuori dal finestrino. Il punto è che abbiamo raggiunto Villa Diego ed il vecchio, tranquillo. Ogni tanto, quando passava una macchina con le bandiere sul tetto, ed i clacson, il vecchio guardava chi aveva vicino e scuoteva la testa come per dire: “Guarda te!».

Si vedeva che aveva voglia di parlare, ma nessuno ha voluto dare molto spago per non complicare la faccenda. Così abbiamo fatto tutti gli addormentati. Sembrava che avevano gettato gas all’interno quel bus, amico. Come quando un coglione muore – hai visto? – che rimane addormentato in macchina con il motore acceso e rimane fregato dal monossido di carbonio, credo. Beh, ci sembrava che avevamo respirato il monossido di carbonio. Ma quando siamo arrivati ​​a Villa Diego, il vecchio si alza e dice al Rulo “Accosta, capo.” E io non so quello che ha detto il Rulo, qualcosa tipo che non riusciva a fermarsi lì, il traffico lo chiudeva, che poteva proseguire e accostare un po’ più avanti e il vecchio se la bevve ma rimase accanto alla porta. Ben presto, naturalmente, ancora una volta il vecchio, “Accosta!”. Rulo lì già ci guardava, perché aveva passato il capolinea. E lì, fratello … non sapete cosa successe! Era come se ci fossimo messi tutti d’accordo e giuro che non ne avevamo nemmeno parlato. I ragazzi hanno cominciato a svolgere gli striscioni, si presero le trombe e si misero le bandiere fuori dalla finestra e urlando, fratello: “Soy canalla, soy canalla!” attraverso i finestrini.

Ma non da parte del vecchio, povero vecchio, lo sguardo sul suo volto, non lo posso descrivere a parole, ma gli altri, perché i ragazzi, così casinari che si erano frenati fino lì senza gridare o sbracciarsi per non farsi scoprire dal vecchio, quando venne il momento afferrarono le bandiere, cominciarono a colpire le piastre laterali del bus e il Rulo cominciò a tenere il passo col clacson.

Hai visto quei film di cowboy quando i banditi fanno irruzione su una carretta dove sembra che non ci sia nessuno, o solo un paio di giovanotti e improvvisamente ai lati appaiono 17.000 soldati che sparano la merda? Che sollevano la tela ed erano tutti lì a fare le poste? Beh, quel bus doveva essere qualcosa del genere. Improvvisamente è diventato un casino, uno scandalo, con grida, corni, trombe, uno scherzo. E la gente fuori alla strada! Poiché dal mattino c’erano già persone ai lati della strada in attesa di veder passare le carovane dei tifosi. Era da piangere, da commuoversi, ti salutavano, gridavano, alzavano i pugni, in giro nemmeno un leproso smarrito, per tirargli una sassata … Ma torniamo al vecchio, vecchio, che non si sa che faccia mise su. Perché siamo stati a guardarlo, perché abbiamo detto: questo è il momento cruciale. Da qui o il vecchio ci restava secco, il suo cuore andava in merda, o andava avanti. Il vecchio guardò indietro, tutto il salto di scimmie e il canto e non riusciva a crederci. Si sedette di nuovo e penso che fino a San Nicolàs non è tornato a parlare. Io dico che il Ràbano, il figlio di Nancy, aveva già offerto la respirazione bocca a bocca, se necessario, ed era qualcosa che tutti bene o male, avevamo schivato la probabilità perché, qualunque cosa, è un po’ disgustoso, con un vecchio.

Ma guarda, voglio tagliare corto. Vedete, quando il vecchio ha visto che non c’era alcun modo, non vi era alcuna possibilità di scendere dal bus, si arrese, ma arrese davvero. Perché, in un primo momento, ci avvicinammo e ci respinse, ci ha detto che eravamo irresponsabili, come assassini, che non avevamo la coscienza, è stato un vero peccato, non so tutto quello che ci ha detto. Ma più tardi, quando gli abbiamo detto che era perfetto, è stato soprannominato toro, che se aveva sopportato la cosa dell’autobus a sorpresa allora il cuore poteva sopportare tutto, cominciò a rilassarsi. Colorado venne a dirgli che era la nostra mossa per dimostrare che lui era perfettamente sano e che anche il medico era stato coinvolto nell’affare.

Senti, fratello, e credimi, perché quale motivo avrei di non dirti la verità oggi?

Molto prima di arrivare nella vecchia Buenos Aires è stato il più felice dei mortali, vi dico e giuro sulla salute dei miei figli. Il vecchio cantava, smadonnava, succhiava mate e mandava bestemmie, urlando dai finestrini ed allo stadio entrò avvolto in una bandiera. Non c’era, tra la folla, uno più felice di lui. Venne con noi alla popular e tutta l’attesa della partita, che fu più lunga della cagna che lo creò e dopo assistette alla partita. Era verde, però, e ci sono stati momenti in cui sembrava che se lo puncicavi con una spilla scoppiava come un rospo, perché io lo controllavo ogni momento. E dopo il gol di Aldo, ho visto, ho visto, perché ci fu un tale casino e disordine quando Aldo la mandò dentro che non sapevo dove eravamo a cadevamo tra valanghe e abbracci e svenimenti e roba. Ma poi guardai di lato e vidi il vecchio abbracciato ad un omone muscoloso quasi arrampicandosi, piangendo. E poi ho detto, se non è morto qui, non muore più. Lui è immortale. E poi non mi ricordai più del vecchio… i fili di ferro, i chiodi, le sbarre di ferro che spezzammo con le chiappe, fratello, non te li racconto. Che non si può raccontare, fratello… perché pregammo, ci stringemmo intorno, c’erano persone che si sedevano tra tutto il ​​casino non volendo guardare più. Perché ci presero a calci, e il secondo tempo fu una roba che sempre loro ce l’avevano e… sai che cosa era peggio, la cosa terribile? Che se pareggiavano poi ci battevano, fratello, perché questa è la verità! Abbiamo battuto quei bastardi! Se pareggiavano, andavamo al supplementare e ci stavamo andando a fare rallegrare il culo perché erano più fomentati di noi e venivano avanti come incursioni di guachos! Che maniera di cagarsi sotto! Dissi quel giorno, mio ​​Dio, non so che ha avuto il flaco Menotti, ha preso tutto, ha preso tutto, non si può credere a quello che ha parato il debole flaco quel giorno che sembrava spezzarsi in ogni parte. Ha preso un colpo di testa verso il basso a Silva che abbiamo visto tutti dentro, fratello, che era da andare in processione e baciare il culo al flaco, che cosa ti ha salvato su Silva! Lì abbiamo tutti avuto cinque minuti di infarto, se fosse stato pareggio, ripeto, eravamo ai supplementari. Mi guardo indietro mi ricordo e vedo il vecchio, bianco, pallido, gli occhi sporgenti, povero, ma vivo. Ed ora io dico, lo dico, e mi piacerebbe rispondere a tutti quelli che ora dicono che è stata una puttanata quella che abbiamo fatto con il vecchio Casale quel giorno. Vorrei rispondere a tutti quei bugiardi, se qualcuno di loro vide come io ho visto il vecchio Casale, quando l’arbitro ha chiuso l’incontro, fratello. Mi dite se per caso, per la puttana casualità, io abbia visto il vecchio Casale quando l’arbitro ha chiuso la partita e il campo era un inferno che non si può descrivere a parole. Io vorrei che qualcuno mi dica se qualcuno lo ha visto come l’ho visto io. Il volto felice di quel vecchio fratello, la follia di gioia sulla fronte di quel vecchio! Qualcuno mi dica se mentre piangevamo tutti abbracciati come vidi io piangere quel vecchio, che io posso assicurare che quel giorno era per quel vecchio il giorno più bello della sua vita, ma di gran lunga il giorno più felice della sua vita perché giuro che la gioia che ho visto in quel vecchio era qualcosa di incredibile! E quando l’ho visto cadere a terra come se fosse stato colpito da un fulmine, perché il vecchio era fregato, un po’ tutti noi pensammo, “Chi se ne frega?”. Chiunque altro voleva morire come quell’uomo! Questo è il modo di morire per un canalla! Avrebbe continuare a vivere? E per che cosa? Per vivere due o tre anni come viveva, in un armadio, o vessato dalla moglie e tutta la famiglia? Meglio morire in quel modo, fratello! Morì saltando, felice, abbracciando ragazzi, all’aperto, con la gioia di aver rotto il culo alla lepra per il resto dei secoli! Così ha dovuto morire che persino lo invidio, il fratello, lo giuro, lo invidio! Perché se potessi scegliere un modo per morire, ho scelto, fratello! Ho scelto questo.

JE SUIS RUCCUTO’!!!

6 febbraio 2015

JESUIS

E’ volato via il primo mese di questo 2015… volato… per modo di dire, visto che le notifiche dei nostri social network hanno lampeggiato a ripetizione e le nostre bacheche sono state riempite di: “Je suis…”, candidati Presidenti della Repubblica, barche affondate, accuse di mignottaggio sparse a piacere, e tanto per non farci mancare nulla… qualcuno ha rispolverato i sempreverdi “riportiamo a casa i nostri Marò” o “…allora le Foibe?”.

Si perché un’esecuzione di praticamente tutta la redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo che aveva insultato (tra gli altri) Maometto, da parte di 3 terroristi francesi di origine algerina nel bel mezzo di Parigi (oh, orrore)… e conseguente inseguimento con esecuzione ripresa col cellulare di un agente francese di origine algerina, la Citroen degli attentatori che non riparte, la carta d’identità lasciata nella Citroen per farsi identificare meglio, la rocambolesca fuga e l’assedio delle teste di cuoio francesi a 2 degli attentatori (i fratelli Kouachi) nelle campagne francesi ed al loro compagno Koulibaly in un supermercato ebreo di Parigi, risolte con il martirio dei 2 fratelli attentatori e spargimenti di sangue dell’emulo prima di essere freddato dalle teste di cuoio, che nell’assalto finale scivolano in diretta tv, sperperano lacrimogeni e colpi alla cazzodicane, perdendosi la donna che probabilmente aveva partecipato all’attentato, che era proprio là con questo Koulibaly e che è scappata confondendosi tra gli ostaggi in fuga… ha catalizzato in un paio di giorni l’attenzione di tutto il mondo occidentale , che teme ora uno scontro tra culture.

Orrore nelle nostre strade! Terrore tra i nostri figli! La civiltà occidentale violata come nell’11 settembre! Manifestazioni a favore della libertà di stampa e di solidarietà di tutti i capi di Stato, con in prima linea Netanyahu e quelli che stanno partecipando gioiosamente alla guerra civile siriana. Come mai ci siano tutti questi algerini morti ed almeno una ancora incazzata nera in circolazione sul suolo francese… non c’è stato il tempo di chiederselo… perché nell’era del hashtag bisogna tutti mettere in evidenza il proprio “Je suis Charlie”, in un azzeramento di coscienze che Mao Tze Tung ci fa un baffo (ok era meglio Stalin, in questo caso). E basta, se no sei un mostro terrorista. Ma noi, che se non terroristi, un po’ stronzi lo siamo… ci siamo messi a rimuginare sull’Algeria… Algeri… ah, “La battaglia di Algeri”, docu-film di Gillo Pontecorvo del 1966! Risposta esatta! Parla di questi algerini che chiedono l’indipendenza dalla Francia e vengono ancora ghigliottinati alle soglie degli anni del boom economico occidentale, parla dei parà francesi che sparano sulla folla ed inseguono i manifestanti per trucidarli nei vicoli della casbah. Uh! Parla di algerini, di un sacco di algerini, che pensarono l’altroieri di essere meno schiavi emigrando in un Paese occidentale come la Francia piuttosto che restando nel loro Paese, dominato dagli stessi francesi. Ed ecco ieri i loro figli, con i figli dei camerunensi, dei senegalesi ed i figli di tutti gli esuli delle colonie francesi, relegati nelle banlieu a protestare per le loro condizioni di vita indecenti e per quella puzza sotto il naso dei francesi che nel frattempo hanno pure vinto un Mondiale di Calcio con 9/11 giocatori originari delle colonie. Eccoli oggi, a spararsi fatalmente fra loro e cadere fatalmente vittime di strumentalizzazioni. Si perché per gli islamici la religione è una cosa seria… per i cristiani no, ma già dai tempi del Marchese Del Grillo che diceva al colonnello Blanchard (toh, ancora i francesi) “Se tu parli male di me e del Papa io ci rido… se io parlo male di te e Napoleone, tu te ‘ncazzi”. Beh forse anche per questa consapevolezza è difficile che nella vita reale un cristiano vada davanti ad un musulmano e si metta ad insultare Maometto… però in nome della libertà di stampa e di una dose altrettanto atavica d’ipocrisia, si può sempre fare una vignetta sul Profeta ed il giorno dopo magari farne una sulla Santissima Trinità… e vedere di nascosto l’effetto che fa!

Ma noi… lo sappiamo cos’è la vera libertà di stampa? Oggi si, almeno dal gennaio 2015 abbiamo potuto godere di un assaggio di informazione alternativa! Si insomma, uno sforzo lo abbiamo fatto per vederci chiaro in questa situazione del sequestro di 2 ragazze italiane cooperanti in Siria… o più che altro per vederci chiaro sui soldi (tanti, troppi a dirla tutta) sborsati per il riscatto al fronte Al-Nusra. Il risultato, a dire il vero, non è stato entusiasmante: ad occhio e croce non ci abbiamo capito un cazzo, ma ‘sta cosa di scoprire il lato oscuro ed anche un po’ erotico della vicenda, ha fatto schizzare a mille i nostri impulsi maschilisti e puntare in avanti i nostri ditini indici occidentali. Già perché se fossero stati 2 stalloni italiani a scoparsi le loro sequestratrici, sarebbero stati accolti con gli onori della bandiera dal Presidente della Repubblica dimissionario e quello entrante (tipo Ratzinger e Bergoglio, per capirci) insieme a Berlusconi (nonostante l’inibizione, per simpatia personale) e ospitati in TV dalla D’Urso e da Magalli (nano malefico in carica, quello uscente, o uscito provvisoriamente era Berlusconi), che citeremo più avanti come uno dei candidati a neo-Presidente della Repubblica… Poco ci sarebbe importato e poco ce ne importa lo stesso, non sapere nemmeno da che parte stia Al-Nusra e perché mai in Siria si affrontino in schieramenti opposti ancora gli eserciti di Francia e Algeria, per esempio, tra l’altro.

Se oggi noi italiani potessimo ancora decidere autonomamente in materia di politica estera, probabilmente ci interesserebbe… forse. Invece l’Ufficio Affari Esteri opera ormai a braccio, sulle emergenze che la Comunità Europea in parte causa e che non può gestire, come i barconi di profughi provenienti dalla Libia, dove i nostri civilissimi alleati sono andati 2 anni fa a sganciare una serie di bombe, fregandosene poi del dopo-guerra. Sarebbe una giusta e legittima rivendicazione, se fossimo interessati al concetto di Comunità, invece lo siamo rispetto allo scrupolo se tutto ciò possa prendere o meno una deriva razzista tra le nostre italianissime coscienze. E se invece di un barcone fosse un traghetto regolare che va a fuoco in alto e agitatissimo mare tra la Grecia e l’Italia, e se risultassero una 50ina di dispersi perché clandestini… allora giù ad accusare le autorità greche di aver fatto passare tanti abusivi sulla passerella. Alla faccia della Comunità! Ma quale Comunità? Forse i greci hanno risposto col gesto dell’ombrello, gasati dalla probabile e poi avvenuta vittoria di Tsipras che intende farli uscire dalla stessa Comunità… il problema è che anche stavolta sembra essere l’ennesimo specchietto per le allodole, viste le ultimissime consulenze scelte da Tsipras della serie “per mettere a posto la difesa prendiamo Ranocchia” oppure per restare in nell’ambito della politica italiana, come dire “per uscire dalla crisi mettiamo Monti a capo del governo”.

Ma non cadiamo nel tranello di commentare le nostre vicende politiche, esercizio talmente inutile e inopportuno da essere bandito tassativamente dal nostro blog. Lo facciamo solo in merito all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, visto che Napolitano ha deciso che stavolta basta… chi m’o ‘ffa fa… c’ho una vecchiaia da godermi e ci vediamo a Capri se Dio vuole. Il bello sono state le candidature ed i nomi venuti fuori dalla bocca della Boldrini durante gli spogli (oddio, pensare a “spogli” e poi “Boldrini” lascia un retrogusto amaro)… roba che neanche il sondaggio da noi lanciato per rinominare il lungomare di Terracina aveva osato tanto. Giancarlo Magalli è solo uno dei gioielli… ma alla fine con sorprendente velocità, ha vinto Sergio Mattarella, di cui molti hanno appena saputo l’ex professione e tanti altri ancora continuano ad ignorare cosa faccia un giudice della Corte Costituzionale. Però ha la faccia e la fama da brava persona, quindi per la gggente va bene così.

Niente di nuovo sul fronte occidentale dunque, cambiare tutto per non cambiare niente, facite ammuina… come se i segnali di vicolo cieco non servissero a nulla, se non ad accelerare verso il muro. Abbiamo abbaiato contro i musulmani paventando lo scontro tra civiltà, difendendo quella su cui invochiamo ripetutamente meteoriti e catastrofi, inorridendo al solo pensiero di dover fare qualche passo indietro prima di prendere un’altra direzione.

A proposito, chi invece ha cambiato sensi di marcia è stata l’amministrazione di Terracina e pare che i pochi temerari che ancora ardiscono a staccarsi dal PC di casa, rinunciare all’arte del copia/incolla ed uscire a prendere un po’ d’aria, abbiano accusato disturbi allo spettro autistico… non per via dell’auto ammaccata, ma per un oltraggio alle proprie abitudini.

I DIARI DELL’APETTA: LE RAGAZZE DIVERTENTI.

28 dicembre 2014

20141228_113324

Riprendiamo senza ragioni particolari una rubrica storica di Mentalità Ruccutona, con 2 libri usciti nell’ultimo mese del 2014 che presentano molti tratti in comune, nonostante l’ambientazione e gli autori siano parecchio distanti.

“Quando tutto era possibile” di Meg Wolitzer è la classica epopea statunitense di un gruppo di amici che rimangono tali (o provano a farlo) nel corso degli anni, partendo dalla metà degli anni ’70 fino ai giorni della crisi. La protagonista è Jules, una ragazza poco attraente che perde il padre e trova una cerchia di amici “interessanti” nell’arco di pochi mesi, in un campeggio estivo per aspiranti artisti. La sua aspirazione è essere divertente, la qualità che manca ai suoi amici interessanti e che le viene da loro riconosciuta. Il romanzo ha forse il difetto di rimanere appiattito, nonostante passi attraverso episodi storici notevoli, fallimenti, successi, disgrazie. La stessa Jules dovrebbe apparire divertente, eppure mancano i dialoghi in cui effettivamente lo dimostra. In generale anche i tratti caratteriali degli altri personaggi sono poco o per niente definiti, rimangono estranei come un gruppo di amici poco o per niente interessanti, nonostante la loro stessa biografia racconti l’opposto. Forse la fortuna del libro è proprio quella di far pensare al lettore, che la sua cerchia di amici sia davvero interessante e che l’amicizia sia quel valore prezioso e gratuito da coltivare lungo tutta la nostra vita.

“Funny Girl” segna l’atteso ritorno di Nick Hornby sulla scena letteraria. Anche qui si parte dalla Swinging London degli anni ’60 per arrivare ai giorni nostri con gli stessi personaggi, ma qui si può pensare di conoscere la protagonista Barbara dalla prima pagina, grazie alla capacità di Hornby di condurre il lettore a bordo di una navicella all’interno della psiche dei personaggi, con continui riferimenti condivisi. Al contrario dell’altra protagonista, Barbara è molto bella ma persegue l’ambizione di far ridere in TV come la sua attrice preferita: l’americana Lucille Ball. Così getta letteralmente la fascia e la corona di Miss Blackpool e si avventura a Londra, passando dalle opprimenti pareti con scene di caccia a quelle bianche con poster colorati… dai grossolani e provinciali inglesi del nord, ai folli e moderni personaggi dello star system. Il ritmo dei dialoghi è talvolta esilarante, brani che ti tatueresti su un braccio e personaggi che vorresti fossero esistiti realmente, per poterne sapere di più. Ma la virtù di Hornby è proprio quella di azzeccare così perfettamente i profili psicologici, da rendere i suoi personaggi dei nostri conoscenti. Il libro finisce e rimani con l’ultima pagina tra le dita, come sempre innamorato dei detestabili (ma credibili) personaggi dell’autore inglese…

 

… e salutiamo così l’anno d. m. 2014 augurando a tutti voi di vivere ruccutonamente queste feste e tutto il 2015!