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MUNDIAL DE BARRAS-BIRRAS pt. 1

2 marzo 2018

La malinconia di essere fuori dal Mondiale in Russia 2018, non toglie l’entusiasmo per l’uscita delle prime maglie del Torneo Barras-Birras.

Eccovi un assaggio in stile ruccutone:

Argentina – Quilmes

Belgio – Stella Artois

Colombia – Poker

Costa Rica – Imperial

Croazia – Karlovacko

Egitto – Sakara

Germania – Erdinger

Giappone – Yebisu

Messico – Corona

Russia – Baltikan

Spagna – Estrella Galicia

Svezia – Norrlands

Svizzera – BFM

Uruguay – Nortena

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ONCE WERE WARRIORS: BLACK HOLE SUN

1 marzo 2018

libera ricostruzione in libero Stato della rotatoria nel periodo del campionato BMX

Argomento di attualità, viste le buche di cui è vittima la nostra cittadinanza e la diatriba sull’antenna telefonica, che dovrebbe essere collocata nell’odierno Piazzale Donatori di Sangue: i Campiunate de BMX dell’Arene, che ebbe luogo in più edizioni durante i lavori per la costruzione di Viale Europa. Siamo all’inizio degli anni ’80, quando ogni buco era trincea o eroina, per passare il metano venne sventrata una città, ma di rifare le strade come Cristo comanda non se ne parlò. La gioventù del quartiere Arene si dilettava in sassaiole tra bande, raccolta e lanci di posidonia, raid punitivi, partitelle a calcetto o a campana nei campi del Palazzetto. Per arrivare ai Prefabbricati si passava per Via delle Arene, anche per la stradina stretta che va dal Pappagallo Grigio alla Farmacia Celio; infatti Viale Europa, dalla quinta in poi, non esisteva ancora; il mercato del giovedì si faceva a i bucije; gli scheletri delle future case del Bronx fungevano da quartier generale delle bande; le punizioni “alla Zico” o “alla Platini” col Super Santos, ci facevano scoprire luoghi remoti e inesplorati della nostra città; le bambine facevano strane conte con le mani ed esercitavano la memoria che avrebbero usato da grandi come mogli, riprendendo perfettamente le coreografie che la sera prima avevano visto fare a Heater Parisi. Il quartiere era tranquillo, ma pieno di suoni: c’era il pesciarolo in bicicletta che gridava “pesh-peee! Alì-cialìììì!!!”, c’era il fischio di un pappagallo che rispondeva se la chiamavi “Lolaaaa!!!” ad un balcone dei palazzi dell’odierna Via Jurmala, c’erano i fischi alla povera Fischietta, c’era Adelina che vendeva “i lupine dolce dolce… com’a lu zucchere”, c’era Giuann i sceriff, le bestemmie, “vado a chiamà cugineme”… ma un bel giorno, la voce che sovrastò le altre per l’importanza del messaggio, che neanche Filippide in ritorno dalla battaglia di maratona, fu quella che annunciò: “oh! Stann a fa na pista da cross d’rete a i Palazzette!”. In realtà stavano accumulando all’altezza dell’attuale rotatoria, tutta la sabbia che c’era sul futuro tracciato di Viale Europa. Per cui, essendo la BMX la bici più di moda del momento, fu un attimo ed il cantiere venne invaso da una trentina di mocciosi in bicicletta, compreso io, che per il solito spirito di contraddizione, quando mio padre mi portò da i Spìrite per comprarmi la bicicletta dopo la prima comunione, volli una bici da corsa invece della BMX. Ma vabbè era già un miracolo se normalmente non rientravo a casa con una decina di baciapiedi infilati nei tubolari… poteva mai essere un problema cercare di impennare, saltare e non affondare nella sabbia con quelle ruote lisce e sottili? Affondare peraltro non era un problema, era un movimento naturale: Via Badino si allagava sempre, ma di brutto! Mi ricordo di essermi fatto un pezzo col canotto insieme a mio padre, nei pressi di Via Pantanelle (non a caso, gli metti un nome così, che ti aspetti?)… quello che oggi è il Parco delle Città Gemellate, ad un certo punto divenne il nuovo campo di calcetto delle Arene, non ricordo se perché ci squalificarono il parcheggio dietro al Palazzetto o se per la necessità di avere un campo B… il problema fu che l’area destinata a campo di gioco era proprio una fossa, che dopo piovuto si trasformava in laghetto. Cioè non era proprio un problema, perché diventava semplicemente pallanuoto… e poi lotta libera quando tornavi a casa. Insomma potevi stare per mesi in una buca, come nella Grande Guerra. Peraltro gli appostamenti per gli agguati, essendo un quartiere sviluppato interamente in pianura, dovevi farli necessariamente accucciato o sdraiato dentro una buca, dietro a una duna, sotto un muretto.

Però quei mesi di campionato di BMX furono favolosi, nonostante poi ebbi modo di far valere la mia bici da corsa sul nuovo tracciato rettilineo di Viale Europa. Ricordo le nostre bocche spalancate, appena aprirono la strada: un nastro larghissimo di asfalto nero e compatto, nuovi orizzonti, nuovo Orizzonte, velocità, progresso, la San Damiano più vicina.

I DIARI DELL’APETTA

1 marzo 2018

Questa volta, per tener fede al titolo della nostra rubrica, recensiremo due libri annoverabili nella cosiddetta “letteratura da viaggio”: Strade Blu di William Least Heat Moon e L’uomo che fece il giro del mondo a piedi di Dave Kunst.

Iniziamo con le similitudini: entrambi sono stati scritti negli anni 70, da narratori statunitensi che non sono narratori di professione, che hanno o hanno avuto una crisi nel loro rapporto matrimoniale. Entrambi i libri ed i rispettivi viaggi, sono corredati da foto suggestive scattate in prima persona dagli autori.

Strade Blu è un viaggio a spirale verso l’esterno, attraverso gli Stati Uniti d’America, intrapreso da Moon (di origine nativo indiano) con il suo furgoncino cabinato, in seguito alla rottura del suo matrimonio ed alla perdita del posto di lavoro come docente in un college. Nella sua impresa, Moon si promette di non passare mai attraverso le highway, ma viaggia sempre sulle strade blu, che comunemente sono così conosciute come le strade statali degli USA. È un racconto asciutto, velato dall’ironia e dal distacco con cui l’autore si rapporta agli interlocutori incontrati lungo il viaggio, che dura più di un anno. Inoltre è un rapporto abbastanza puntuale sull’America di quegli anni, che offre oggi una prospettiva utile ai più attenti per valutare la mentalità attorno cui si è sviluppato il “sogno americano”. Le nozioni acquisite a beneficio dei lettori e dell’autore stesso, sui luoghi, usanze, economia, mentalità e problematiche, sono esposte attraverso l’esperienza diretta, quindi non risultano mai statistiche alla “Lonely Planet”. La critica ad un certo tipo di società, quando non è espressa direttamente nei dialoghi, come quello con uno studente vicino Seattle, è percepibile tra le righe, in quell’atteggiamento innocente e passivo dell’autore davanti al razzismo del sud, o alla “plastificazione” delle località montane del Vermont, villeggiatura per i ricchi newyorkesi.

Il viaggio di Dave Kunst è documentato solo in parte. Narrativamente prende inizio dall’evento tragico che temporaneamente lo interrompe, perdendosi tutto quello che succede prima da Lisbona all’Afghanistan, comprese le vicissitudini italiane che vedono i protagonisti entrare con un mulo ed un carretto in Piazza San Marco e venire accolti simpaticamente dall’allora sindaco di Venezia (i documenti fotografici sono però rintracciabili su internet). L’autore quindi riprende le fila della prima parte di viaggio, dal centro degli Stati Uniti a Columbus, ma appunto tralascia l’approdo in Europa ed il successivo passaggio in Asia, per poi descrivere i 2 anni che gli servono a decidere di ripartire per Kabul e completare il viaggio con un altro mulo ed un altro carretto. Contrariamente all’altro libro, la narrazione di Kunst è febbrile, a tratti paranoica, sembra quasi infastidito dal dover fare questo viaggio pazzo in simili difficoltà, ma quasi per nulla consapevole della sua sprovvedutezza. Ciò che invece ha particolarmente infastidito me, è che alla fine del viaggio, una volta arrivato sulla west coast, Kunst si lasci andare ad una classificazione delle nazioni attraversate, in base al livello di “progresso” del suo Paese. Ma c’è qualcosa di inquieto, di inespresso ed incompleto nell’esperienza di Kunst, peraltro spiegabile in parte nella vicenda personale e familiare che lo colpisce.

Finiamo con le differenze, sostanziali per me che ho letto i due libri circa un anno e mezzo fa, quasi consecutivamente. Diciamo che l’approccio di Kunst difetta di coerenza già dal principio, dal momento che ammette di intraprendere questo viaggio intorno al mondo per “fare qualcosa che nessuno ha mai fatto”, ma visti i tempi (siamo in piena crisi petrolifera) scrive sul carretto messaggi di pace, come se l’abito facesse il monaco, per poi lamentarsi non solo della diffidenza degli stranieri, ma anche del mulo, del traffico dei camion sulla Grand Trunk Road in India, o del caldo nel deserto dell’Australia centrale. Al contrario, Moon ad esempio fa un monumento a coloro che vivono nelle lande desolate del New Mexico, o nelle città “dismesse” dalla crisi e dal cambiamento della produzione; si auto accusa, quando affronta le intemperie della neve senza essere attrezzato; è comprensivo addirittura verso coloro che lo infastidiscono, credendolo un vagabondo. Anche il risultato, da un punto di vista della riuscita del viaggio, è nettamente diverso: Moon riesce a viaggiare sempre sulle strade blu, trova persino nel simbolo di alcuni indiani nativi quella spirale che ripercorre il tracciato del suo viaggio, soddisfa le sue finalità antropologiche; Kunst ha il pregio di perseverare a riprendere il viaggio da dove si era interrotto, in realtà lo interrompe di nuovo volontariamente in Australia, per finirlo con fatica, controvoglia, in polemica addirittura con l’ipocrisia dei suoi concittadini che lo accolgono festosamente al ritorno.

70 ANNI DI LIBERTA’… AUGURI APECAR!!!

28 giugno 2017

Le parole che non ti ho detto Pt.2

23 giugno 2016

E’ successo di nuovo. Già qualche anno fa Mentalità Ruccutona vi riportò gli errori durante gli inni nazionali nelle partite tra le squadre di oltre Oceano, stavolta durante la Copa America del Centenario è andato in onda l’inno cileno al posto di quello uruguayano. L’Oscar ruccutone va al capitano della “celeste” Godìn, che cantava ugualmente con nonchalance le osterie dalla uno alla mille, beccandosi l’occhiataccia di Muslera… ma tant’è, a loro non sembra fregare più di tanto… gli inni del Sudamerica e del centroamerica si somigliano tutti abbastanza, tranne l’inno argentino che ha un’introduzione infinita ma che a quanto pare fomenta moltissimo, e l’inno brasiliano in cui guardando i giocatori che cantano e sentendo la musica ti viene il dubbio se la TV ha l’audio fuori sincrono o stanno in realtà cantando l’inno ungherese. Immaginiamo però, se nella nostra Europa unita, dovessero mandare la marsigliese al posto dell’inno italiano, oppure al posto di “God save the Queen” suonassero “Deutschland über Alles”…

Miguel “el burro” Panizo… racconti tradotti per voi.

21 giugno 2016

Da quando sono venuto a sapere che anche Federico Buffa ha recentemente tirato fuori la faccenda della “Palomita de Poy” ed i racconti di Fontanarrosa, ho deciso di tradurne un altro, sempre nella tradizione e distinzione Ruccutona.

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Non so se sono stato chiaro

Prima di tutto vorrei chiedere, Vostro Onore, signori della giuria, chiedere scusa se, forse, nella mia storia, involontariamente potessi offendere l’orecchio di donne o signore, con parole che possono sembrare “empie”. Ma è che il problema, signore, di per sé, diventa un po’ difficile da dire, senza ricorrere a quelle parole che ho citato.

Penso che sia stato il destino, il caso, che mi ha messo in questa situazione, il caso… e purtroppo, signori, non ho molte competenze oratorie. Cercherò, nella migliore delle ipotesi, di essere concreto e il più breve possibile. Ma ho voluto chiarire per tutti coloro che poi dicono che non ho avvertito e mi accusano di lingua maleducata o sporca. Inoltre, siamo tra persone mature, capirà ciò che dico.

Lo so, lo so, Vostro Onore, mi scusi. Andrò al punto. Ma succede che non è facile per un uomo umile, come me, affrontare questa situazione, davanti a signori così onorevoli. E’ il destino, come ho detto, che dovevo essere testimone degli eventi, e cercherò di essere il più chiaro possibile, senza offendere nessuno. Inizierò la storia dall’inizio, o almeno ci proverò, Vostro Onore, signori della giuria, per dare loro un’idea di chi era Miguel Panizo, Miguelito, come lo chiamavamo nel quartiere, il Burro Panizo. E Miguel Panizo, lì a Saladillo, era famoso per una cosa, vostro onore, per la sua virilità, la sua virilità. E quando dico la sua virilità… la sua virilità, non dico con questo che era un impavido, un uomo coraggioso, o un ragazzo sfrontato. Questo non lo so. Non lo ha mai mostrato, o non ha avuto alcuna possibilità di dimostrarlo. Né era abbastanza provocatorio per avere possibilità di dimostrare tale pregio. Al contrario, Miguelito era un pane di Dio, un grande ragazzo bonario, signori. Quindi, quando dico che Miguel Panizo era famoso per la sua virilità intendo qualcosa di diverso. E sapete bene cosa intendo. Voglio dire, cerco di essere più esplicito, voglio dire. . . perché vedo tra queste facce qualche dubbio… Vedo che qualcuno mi ha un po’ capito. . . sì, sì. . . proprio questo. . . proprio questo. . . Ma vorrei essere chiaro, voglio dire che Miguel Panizo era famoso. . . direi. . . per ciò che portava. . . Come spiegarlo? . . . L’apparato che portava, il sesso, per esempio, la virilità, il membro esattamente. Vi posso assicurare, signore, e perdonatemi se sono molto crudo nei termini, era disumana la cosa che aveva quel ragazzo fra le gambe. Una cosa barbara. Così, osservate. Il mio avambraccio, quasi. Sono un uomo adulto, ho visto molte cose, ma vi posso assicurare che mai nella mia vita ho visto qualcosa del genere. Una cosa tremenda! Per quello che fu chiamato “El Burro” Miguelito. L’ “Asino” Miguel, perché, come sapete. . . Ho notato che avete capito dagli sguardi di tutti voi. . . Gli asini sono noti per. . . Va bene, sì, signor giudice, mi scusi. . . Cerco di essere chiaro per illustrare alla giuria, e non apparire troppo scortese con le signore che la compongono, anche. . . loro mi perdoneranno.

Sì, sì, continuo, Vostro Onore. Vi posso assicurare, signori della giuria, che l’attributo di Miguel Panizo doveva essere mostrato a circhi, fiere in pubblico, nello stesso modo dei vitelli a due teste, o deformità fisiche dei gobbi o altri esempi. Ma lui, Miguelito, aveva sempre negato, perché, diceva, e aveva ragione, signori della giuria, che non era un pagliaccio, o un animale, da mostrare in una kermesse, o in un circo. E vi assicuro, signori della giuria, che quel ragazzo avrebbe potuto guadagnarsi la vita lavorando molto facilmente nei circhi Tihany o Ringlin Bros, per fare un esempio.

Ma no, Miguel ha lavorato sempre nel magazzino di don Isidro, intorno al club Calzada, come chiunque altro. Ma sì, molto tempo fa era solito accettare sfide, scommesse, dalle persone che venivano da altrove. Sì. Un po’ perché era sempre divertente per i ragazzi del quartiere, che lo seguivano come uno che segue una squadra di calcio. Siamo stati i suoi fan. E un altro po’, perché così, di volta in volta, erano buoni pesos guadagnati. Ma non successe molte volte, a Saladillo. L’ultima cosa che ricordo, che otto anni fa, fu un. . . un sempliciotto di Santa Fe.. . un grosso omone che giocava a basket e venne a sfidare Miguel… che la sfida era a porte chiuse, ovviamente, nella stanza dei trofei del club dell’Union y Gloria, di fronte a un notaio, e c’eravamo tutti, per quello che ricordo. Si era preparato un tavolo, vorrei spiegare la procedura per i signori della giuria, un tavolo in legno sul quale era stato dipinto, molto ordinatamente, un sistema metrico, che raggiungeva il metro e mezzo, più o meno, e su quel tavolo venivano misurate. . . beh. . . le parti. Mi scusino le signore se ho esagerato, perché vedo. . . beh . . facce un po’ arrossate, ma capite è mio dovere dare testimonianza, nel possibile. . .

Ok, ok, giudice, mi scusi. Mi scusi. Forse la mia intenzione di collaborare mi fa sbilanciare. . . Sì, sì, continuo. Bene, quella volta del tale di Santa Fe fu un fiasco perché Miguel vinse, quasi, di venti centimetri. Sì, signori, ho notato alcune occhiate sospette tra gli onorevoli presenti, ma posso giurare che fu così e, per amore di mia madre, non mento. E ciò che di Miguelito fu spaventoso… e sto parlando dell’attrezzo. . . come potrei spiegarlo?. . . era con l’apparecchio a riposo. Io non parlo, io non vorrei riferire di ciò che era quando entrava in attività, perché quello. . .

Beh, mi scusi monsieur. Quello che succede è che spesso le persone non credono quando uno racconta, pensano che si sta fantasticando, ma voglio ricordare che ho giurato di dire solo la verità e non deluderò la fiducia che ha riposto in me la giuria chiamandomi a testimoniare, lontano dagli occhi di mio padre, che, forse, dal cielo. . .

Lo so, giudice, mi dispiace. Mille scuse. Continuo. La volta con quello di Santa Fe è stata l’ultima che Miguel è stato coinvolto in una sfida del genere. Sto parlando di otto, se non nove anni fa. Ma per il resto, Miguel Panizo, ha condotto una normale, tranquilla, vita ordinaria. Non era un uomo da bluff, diciamo, da vantarsi per le sue doti insolite. E guarda che chiunque lo avrebbe potuto fare, nella stessa situazione! In più considerando, sapete bene come sono i quartieri, questo culto per il machismo, per le cose virili. Come ne parliamo nel bar nel club, le battute degli amici, le esagerazioni, gli scherzi! Ma no, Miguelito ho detto che era un pane di Dio, non ha mai dato molto peso a quelle cose. Né ha smentito perché non era uno sciocco. Non ha smentito. Sapeva che, nella misura in cui la fama è venuta, ha ottenuto i suoi buoni vantaggi. In che modo? Mi spiego meglio, vostro onore, perché noto un po’ di confusione tra i presenti. Tutti sappiamo che le donne sono molto curiose, Giudice. . . Non so se mi spiego. . . Non so se è evidente la mia intenzione. Non so se sono riuscito a far capire quello che voglio dire con questo. . . Un momento, un momento. . . Vorrei chiarire, perché vedo un po’ di rabbia tra le facce delle signore della giuria. . . E’ proprio quello che ho detto. . . A tal riguardo, sotto l’aspetto della relazione, per esempio, per così dire, tra uomini e donne, del rapporto intimo o sessuale, la donna si dice che sia più inquieta rispetto agli uomini. E’ più curiosa, soggiogata dall’ignoto o dal misterioso. Sono attratte da ciò che non è noto. Perlomeno ho letto qualcosa del genere su una rivista. Non voglio che lei pensi che io, signore, io sia l’inventore di questa teoria! Penso di averlo visto su “Maribel”. O almeno alcune donne sono così, se non tutte. Almeno, e posso garantire, giuro sulla salute dei miei figli, nel quartiere ho visto diverse donne, dico anche di più, molte delle quali “signore”, “signore rispettabili” che arrivavano al club, nel momento in cui sapevano che ci incontravamo noi ragazzi, per vedere Miguel. E cercavano la conversazione, gli “davano corda”, come dicono i ragazzi. E Miguelito approvava, perché era un gigante un po’ fesso su alcune cose, ma non era per niente stupido. E il giorno dopo vedevi queste donne con il volto cambiato, con un sorriso, quasi come perse e uno poi immaginava che Miguel aveva fatto loro conoscere la buona eh. . . già mi capite, bene. . . credo che per essere chiari, la buona ferramenta… mi dispiace se le mie parole sono ruvide. E voglio arrivare al nocciolo di ciò che ho da dire, come tutti sappiamo, e mi scuso se ho descritto dettagli irrilevanti, ripeto che io non sono un oratore e. . .

Ebbene, giudice, ha ragione. Mi perdoni. Il punto è che una settimana fa, lo scorso Lunedi, sì, il Lunedi, un nano arrivò nel quartiere. Un nano di Resistencia, del Chaco. Giudice, la notizia si diffuse rapidamente perché un nano è molto vistoso, sempre per il motivo immagino, della sua piccola statura. Ma questo nano, signori della giuria, Sosa era chiamato, o chiamava se stesso, sfidò Miguelito. Così come lo sentono. Potrebbe suonare come una sbruffoneria, o una mancanza di umiltà da parte del nano, sfidare un colosso come Miguel, ma sa bene ciò che viene detto, ciò che viene detto circa i nani. . . Non so se sono chiaro. . . Non so se si capisce il senso di ciò che voglio trasmettere, perché vedo alcune facce come. . . come se non capissero. Si dice, non so se è vero, che i nani, nonostante le loro piccole dimensioni, le loro piccole dimensioni, sono, si potrebbe dire. . . Sono molto ben attrezzati.

Ebbene, giudice, sì, sì, ho capito, continuo. No .. . Vedo anche che hanno capito perfettamente, vedo dai loro sguardi che conoscono anche la fama di questi nani, o almeno ne hanno sentito parlare. Anche questo Sosa, Marcial Sosa, il nano che è apparso al buffet del club Lunedì scorso, ha detto che lo chiamavano “Bracero”. Naturalmente è un soprannome, che non costituiva un esempio di fantasia, perché è un soprannome molto banale, diciamo, perché. . . chiaro. . . non disse il “Bracero” perché aveva lavorato nel raccolto. . . e perdonate l’ironia. Non so se mi spiego. Non so se capiscono, soprattutto le signore, perché ho notato alcune facce che non capiscono. Il braciere, il braciere-braciere, l’apparecchio per riscaldare le cose, il bollitore, come si dice. Il braciere come tutti sappiamo ha tre gambe e di solito così vengono chiamate certe persone, naturalmente, gli uomini, quando si dice, appunto. . .

Ok, va bene, giudice, è che cerco di essere il più descrittivo possibile. Perdoni. Mi scusi. Continuo e mi scusino le signore se sono un po’ crudo nelle mie spiegazioni. Nel club immediatamente ci fu effervescenza prima della sfida e si cominciarono a tessere le storie più disparate. Sapete come sono i bar del club. Come si parla lì al divino ritrovo. Perché questo nano era del Chaco e Miguelito Panizo anche è Chaqueño. Non di Resistencia, ma comunque del Chaco. Di Roque Saenz Pena, penso. Sono venuti qui quindici anni fa, ma comunque dal Chaco. E cominciarono a dire al tavolo del club che nel Chaco tutti gli uomini sono così, era come se fosse il cibo, o l’aria secca, roba del genere. Fino al Fermin, il Toto Fermin, che è il più grande conta balle del club. . . Sa, monsieur, che in ogni club, in ogni quartiere c’è un conta balle, pazzo, stupido, bene. . . Firmin, che è il conta balle del club inventò che il nano era in realtà il figlio di Miguel, un figlio naturale, che era come dire. . . la ragione per cui anche lui portava il suo… beh, il suo buon apparato, e che Miguel era fuggito dal Chaco esattamente perché non voleva riconoscere il nano e tutte quelle cose. E che ne seguì! In ogni caso la sfida era stata accettata, Miguel aveva detto di sì, e il nano aveva scommesso una fortuna sul suo. . .strumento. Non chiedetemi quanto, perché mentirei se lo dicessi, ma fu una quantità più che notevole, si è parlato di dollari, anche. Ebbene, Mercoledì sera fu la cosa. Il club era chiuso con la scusa della disinfestazione, siamo andati tutti alla sala dei trofei, eravamo circa trenta, e c’era il tavolo che ho già detto loro, era stato adibito a questo tipo di… scontri. Ci tengo a precisare che questo genere di cose non è aperto a donne e bambini, per mettere in chiaro che non è altro che una competizione con un pubblico esclusivamente di uomini. Non vi è alcuna corruzione o porcheria. C’era anche il notaio, ma non furono autorizzati i fotografi.

Il nano arrivò a metà pomeriggio, quando ormai pensavamo che si fosse ritirato, per paura di una figuraccia. Ma arrivò, agitato, con una carta da imballaggio allungata sotto il braccio, dove ha detto che stava portando un regolo per verificare le misure. Seguì una discussione tra chi dovette dirgli che stava offendendo il club, e qui le cose erano disciplinate dalle norme della provincia di Santa Fe, e roba del genere. Non so che cosa c’era di vero in tutto questo, ma credo significasse che i ragazzi lo dissero per evitare di subire prepotenze da un outsider sconosciuto che veniva a diffidare di noi, e come se non bastasse, nano. In ogni caso, dopo la discussione, abbiamo dovuto fare le cose per bene, non fosse che il nano, o lo stesso notaio, potessero pensare che volevamo fregarli e rubare il denaro. Il notaio sorteggiò infatti. . .  chi doveva estrarlo prima. E fu eletto Miguelito, povero. Miguel lo tirò fuori e lo mise sul tavolo. Una cosa monumentale, da vedere. Il nano impallidì, stavo sbirciando, era diventato bianco. Il notaio misurò, io non sono sicuro di quanto venne messo a verbale – se ve lo dicessi non ci credereste – e poi fu la volta del nano. Ho visto che il nano afferrò il suddetto avvolto nel giornale e pensai: “Questo non è convinto non ci si può credere”. E il nano tirò fuori dalla busta, non un regolo, tirò fuori un machete di queste dimensioni, quelli da apertura nella boscaglia…

Quando rivivo quella scena lo giuro, signore, che corre lungo la mia colonna vertebrale un brivido su e giù. E’ stato un colpo solo, monsieur, un colpo secco di machete sul tavolo. . . Guardate. . . L’apparato di Miguelito era un serpente, un braccio mutilato maciullato sul tavolo. Non voglio approfondire i dettagli perché vedo sui volti trasfigurati di tutti voi. . . lo stesso orrore che ho sentito. . . Povero Miguel. . . Poi ci hanno detto che questo nano, Sosa, era stato il marito di una donna che un giorno ha provato con Miguel, nel Chaco. Non lo so. Una storia del genere. E’ che glie l’aveva giurata a Miguel. Il nano era taglialegna. Come vanno le cose! A che serve – a volte – avere tanto, monsieur? Mi chiedo. . . A che serve avere così tanto?

CICCIOBOMBO’S TALES

8 gennaio 2016

Avevamo promesso di controllarlo, viste le iniziali frociate in stile Disney subito dopo la successione al “Caro Leader” Kim Jong-Il… suo figlio Kim Jong-un sembrava davvero un articolo indeterminativo rispetto all’illustre predecessore, ma in 4 anni ha spiazzato tutti e rimontato con una serie di imprese qui sotto riportate da un articolo dell’Huffington Post, che lo rendono per antonomasia “Cicciobombo il Ruccutone”.

Kim-Jong-Un

1. Tutti col taglio di Kim, anche le donne

L’affermazione della propria personalità non può passare attraverso i capelli in Corea del Nord. Per decisione del dittatore i cittadini hanno l’obbligo di portare il suo stesso taglio corto, non più di 2 cm. Neanche le donne scampano al dictat. A loro tuttavia, viene concesso un più femminile caschetto.

2. Indice le elezioni, ma il suo è l’unico candidato

Nordcoreani al voto per scegliere tra il candidato di Kim Jong-un e il candidato di Kim Jong-un. Alle prime elezioni comunali indette da quando il leader è al potere i cittadini hanno potuto scegliere se approvare o meno il candidato del Partito dei Lavoratori, capeggiato da Kim Jong Un.

3. Un fuso orario solo per lui

Il “fuso orario di Pyongyang” è il regalo di Kim Jong-un ai nordcoreani. La lancetta di orologio indietro di 30 minuti, a metà tra Pechino e Seul-Tokyo. Non più nove ore dal meridiano di Greenwich, ma 8 ore e mezza.

4. La Corea ha il farmaco per curare ebola, aids e cancro

Il miracoloso Kumdang-2, stando all’annuncio dato dall’agenzia di stato nordcoreana, è in grado di curare Aids, Ebola e cancro. Il farmaco è creato con il ginseng e un mix di sostanze che rimangono top secret e viene somministrato attraverso iniezione.

5. Fa controllare l’insalata al microscopio prima di mangiarla

Quando il potere è grande i nemici sono tanti e l’attenzione non è mai troppa. Lo sa bene Kim, che, per sicurezza, fa controllare al microscopio ogni singola foglia dell’insalata, che proviene dal suo stesso orto.

6. Per la quinta volta è stato eletto “uomo meglio vestito” della Corea del Nord

I nordcoreani venerano il loro leader e non possono che rimanere affascinati anche dal suo stile. Per cinque volte consecutive Kim Hong-un è stato eletto l’uomo “meglio vestito” nella Corea del Nord.

7. Lo zio sbranato da 120 cani affamati

Nessuna pietà neanche per i parenti. Lo zio di Kim Jong-un, Jang Song-Thaek, sarebbe stato gettato in una gabbia e sbranato vivo da un branco di 120 cani affamati. L’ex numero due del regime è stato giustiziato perché ritenuto colpevole di un tentativo di colpo di Stato.

8. Vieta le merendine al cioccolato della Corea del Sud

I lavoratori nordcoreani non possono mangiare le merendine al cioccolato della Corea del Sud. Temendo forse una concorrenza alle merendine locali, o che apprezzandole i suoi cittadini potessero simpatizzare per la Corea del Sud, Kim ha bandito i “Choco Pies”.

9. Bacchetta i meteorologi, colpevoli di dare previsioni sbagliate

Anche i meteorologi sono finiti al centro delle ire del dittatore. Kim Jong-un si è recato nelle stazioni meteo del servizio idro-meteorologico nazionale della Corea del Nord, apostrofando con parole poco lusinghiere i meteorologi, colpevoli di sbagliare “troppo spesso” le previsioni.

10. Giustizia il suo ministro della difesa. Si era addormentato durante un evento militare